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Troppi stranieri, ma forse anche troppa politica

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Il “caso” della scuola dell’infanzia di Montecchio dove il 100% dei bambini proviene da famiglie non italiane fa esplodere ancora una volta le contraddizioni del ben noto “tetto del 30%” di alunni stranieri che dovrebbe essere rispettato in tutte le scuole d’Italia.
Il Ministro ha già fatto sapere che una sezione di soli “stranieri” è fuori discussione, bisogna trovare soluzioni alternative
E qui si aprono i problemi
Prima contraddizione: a lamentarsi della situazione è lo stesso sindaco leghista della cittadina veneta Milena Cecchetto (“Il problema va risolto alla radice, occorre attuare un piano che trasformi le scuole Montecchiane in un laboratorio nazionale dove sperimentare nuove strategie di integrazione”, dichiara il sindaco lasciando intendere che non è detto che il tetto del 30% sia la miglior soluzione possibile).
Sindaco leghista che si vede ora costretto ad ammettere che, per rispettare il tetto del 30% o perlomeno per evitare classi di soli “stranieri”, bisognerà attivare (costosi) servizi di trasporto che portino gli alunni da un quartiere all’altro.
Seconda contraddizione: la politica non sa bene da che parte stare perché mentre l’assessore all’istruzione della città di Vicenza Alessandra Moretti (PD) riferendosi alla presa di posizione del Ministro dichiara che “il fenomeno della presenza degli stranieri nelle nostre scuole non si affronta con provvedimenti tampone, né con proclami demagogici”, la senatrice Maria Pia Garavaglia (anche lei del PD) non ha dubbi: “Fa bene il ministro a vietare la composizione di classi di soli immigrati. Sarebbe un pessimo servizio all’integrazione sociale e un messaggio diseducativo”.  
Per parte sua il quotidiano “Il fatto” che non è certamente filo-governativo riporta la notizia titolando
“Solo stranieri in classe. Come in un ghetto”
Terza contraddizione: qualcuno incomincia ad accorgersi che parlare di alunni stranieri tout court non è corretto.
“Questi bambini – afferma per esempio Sebastiano Campisi, segretario provinciale della Flc-Cgil di Vicenza –
hanno cognome sì straniero, ma sono di seconda generazione, sono nati qui e molto spesso parlano persino il dialetto vicentino”.
A noi pare che il punto di tutta la questione stia nel fatto che sarebbe forse utile se sull’argomento della integrazione degli alunni stranieri la politica facesse un passo indietro e lasciasse lavorare la scuola (in collaborazione con le autonomie locali).
Ci sembra che questo sia un tema sul quale le ricette preconfezionate servono davvero poco.
Non è detto che ciò che può funzionare bene a Cuneo, sia adatto anche al contesto di Bergamo o di Prato. Vanno bene le “linee-guida”, ma le istituzioni scolastiche dovrebbero essere lasciate libere nelle modalità di organizzazione dei servizi.
I diktat della politica non fanno altro che alimentare polemiche e allontanare le famiglie (almeno quelle che se lo possono permettere) dalla scuola statale.