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Aggiornato il 25.09.2025
alle 09:19

Una docente: “Mi dicono di fare il Tfa, ma non sono portata. Ho visto insegnanti di sostegno stare tutto il giorno al cellulare”

Laura Bombaci

Ancora storie di insegnanti in difficoltà: una docente siciliana di 46 anni si è sfogata ai microfoni di Fanpage raccontando la sua esperienza e il suo sentimento di frustrazione. La donna ha detto di essere costretta a scegliere tra la sua carriera e la sua vita familiare.

“Siamo costretti a lavorare fuori casa con lo stipendio che rimane sempre lo stesso, investendo denaro ma anche sentimenti, famiglia, figli. Quando non ci concedono assegnazione, dobbiamo lasciare tutto quello che abbiamo o portarci tutto dietro, e non sempre è fattibile”, queste le sue parole.

La sua situazione è particolare: “Ho un bambino di 6 anni e un marito che è spesso fuori per lavoro. Ora dovrò prendere congedo parentale e lasciare i miei ragazzi che saranno nuovamente a supplenza, a discapito della continuità didattica“, aggiunge.

La storia della docente

Dopo essersi laureata in Filosofia e aver ottenuto l’abilitazione, la docente della provincia di Palermo ha cominciato a fare supplenze: “Ovviamente, erano in tutta la provincia di Palermo mi sono fatta più di 10 anni di precariato. Poi ho fatto il concorso su base regionale e per scorrimento sono finita in provincia di Catania. Quell’anno ero incinta di mio figlio e sono entrata in maternità”.

“Da lì ho cominciato ad avere assegnazione provvisoria, sempre a Palermo, avendo anche due scuole. L’anno scorso facevo la trottola. Avere assegnazione, con un figlio e senza 104, non significa mai lavorare sotto casa perché avevo sempre cattedre spezzate o in provincia. Per me andava bene così, nonostante le spese fossero importanti. Quest’anno però non sono riuscita a ottenere l’assegnazione provvisoria e mi trovo con la cattedra a tre ore di macchina. Quindi, chiederò un periodo di congedo e di aspettativa, rinuncio allo stipendio perché è più importante mio figlio”, ha spiegato.

“Ho passato più di due settimane a piangere e ad avere incubi all’idea di dover lasciare mio figlio, di dovermene andare da sola. Ci sono donne che riescono a fare questa scelta ma non siamo tutti uguali. Non si può chiedere agli insegnanti di fare queste scelte, non è giusto nei confronti di nessuna donna e di nessun lavoratore”, ha aggiunto.

“Se ci fosse un ritorno economico, penserei: ‘Faccio un sacrificio oggi e investo per il futuro di mio figlio’. Ma se di quello che guadagno devo spenderne la metà perdendo la serenità e la salute, rinuncio a questo stipendio. E non è giusto nei confronti di una persona che tutta la vita ha pagato tasse universitarie, ha studiato. Oggi ho 46 anni, non ne ho più 26″.

“Che problema c’è? Fai il Tfa”: ma così non va

Poi, la critica ad un pensiero davvero molto comune: “Mi sono sentita dire di iscrivermi al Tfa Sostegno: ‘Così riesci a ottenere l’assegnazione’. Come se i ragazzi invalidi fossero il nostro paracadute. Io non sono portata per il sostegno, l’ho fatto un anno perché si poteva fare con le supplenze ma questi ragazzi hanno bisogno di gente preparata e che ci mette il cuore. Se mio figlio fosse disabile, vorrei che accanto a lui si sedessero persone preparate. Io ne ho viste di persone che stanno seduti accanto a questi ragazzi con il cellulare in mano tutto il giorno”.

La docente ha raccontato che i ragazzi che ora sarà costretta a lasciare le scrivono dispiaciuti perché avrebbero voluto concludere il percorso con lei: “Sono a casa e non è facile perché non sono abituata. Devo mettermi in aspettativa anche se il mio stipendio serve alla nostra famiglia”.

“Non vedo prospettive future perché i sindacati mi hanno anche detto che il trasferimento non lo vedrò prima di 6 anni. Non ho i punti per ottenerlo. Sto cercando soluzioni alternative ma provo una grande amarezza perché nessuno ha interesse a rivedere il contratto di mobilità”, ha continuato.

“Nessuno ne parla, per tutti i docenti sono quelli che lavorano solo la mattina. Ma io mi sono trovata a tornare a casa alle 21 quando avevo consigli di classe, collegi, scrutini, perché lavorando in provincia rimanevo bloccata nel traffico. Quest’anno non lo farò, tra la scuola, mio figlio e mio marito scelgo la mia famiglia. Così un giorno crescerà e potrà dire che è stato con sua madre. Lascio lo stipendio, rinuncio ai contributi, ma io rimango con mio figlio”, ha concluso con amarezza.

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