In molti docenti precari c’è un forte sentimento di tristezza, frustrazione, spesso a causa di una cattedra che tarda ad arrivare o non arriva mai, nonostante l‘impegno, i sacrifici, i soldi spesi in formazione, i titoli conseguiti. Un’insegnante ha spiegato la sua situazione ai microfoni de La Repubblica.
La donna, della provincia di Brindisi, quest’anno, per la prima volta dopo anni, non tornerà in classe. Fino allo scorso giugno ha insegnato in scuole di ogni ordine e grado. Poi niente: nessuna convocazione, nessun incarico. Ecco cosa ha raccontato: “Dal 2017 in poi ho insegnato ogni anno, senza interruzioni. Ho avuto incarichi annuali, spesso lontani dalla mia città e a volte anche in situazioni difficili. Non mi sono mai tirata indietro. Ho preparato le lezioni con scrupolo, seguito gli studenti, costruito relazioni con colleghi e dirigenti. Ho affrontato e superato due concorsi pubblici, uno dei quali — il Pnrr 1 — con il massimo dei voti. Ma tutto questo non è bastato per ottenere una posizione stabile. Non sono mai entrata in prima fascia. Nonostante l’esperienza, i titoli e i risultati”.
“Il problema principale è l’abilitazione. Senza quel passaggio non si entra nel canale giusto, anche se si supera un concorso. E abilitarsi ha un costo molto alto: oltre 2mila euro per il percorso completo. È un investimento importante, soprattutto per chi, come me, ha una famiglia da mantenere. Io non ho mai potuto permettermelo. E nel frattempo il quadro si è complicato: le supplenze lunghe sono diventate rare, le cattedre nei licei classici si sono ridotte, molti docenti di sostegno sono passati sulle materie. E oggi mi ritrovo senza alcuna offerta in mano, neppure supplenze della durata di qualche settimana”, ha aggiunto.
Ecco le varie criticità che sta vivendo la donna: “Quando si lavora con supplenze brevi, si è pagati in ritardo: anche due o tre mesi dopo. A volte non avevo i soldi per mettere la benzina e andare a scuola. Non è soltanto una questione economica, ma anche psicologica. Fa male sapere che tutto quello che si è costruito con anni di studio e di servizio viene trattato come temporaneo, come sacrificabile. Ho un figlio di nove anni, una madre anziana che necessita di assistenza costante, anche economica. E sono sola: il padre di mio figlio è assente, non abbiamo mai formalizzato nulla e quindi non ricevo alcun contributo. È tutto sulle mie spalle”.
“Ho deciso di partecipare al nuovo concorso, sperando che vada diversamente. Ho scelto la provincia di Latina, dove ci sono più disponibilità. Ma anche questo percorso ha costi non indifferenti: tasse universitarie, materiali, tirocini. Si tratta ancora una volta di investire su qualcosa che non offre garanzie. Lo faccio perché credo nella scuola e in ciò che rappresenta. A fine settembre, però, scadrà anche la mia Naspi. Mi sto guardando intorno. Sono pronta a fare qualunque lavoro, anche la lavapiatti se necessario. Ma dopo tanti anni di studio e servizio, trovarsi in questa situazione ha un sapore amaro”, ha confessato la docente.
“Perché insegnare per me non è un ripiego, ma una vocazione. Per anni ho retto, pensando che prima o poi sarebbe arrivata la svolta. Ora non lo so più. A cinquant’anni, dopo tanto impegno, ritrovarsi così è una sconfitta che pesa. E che si fa fatica anche soltanto a raccontare”, ha concluso amaramente.
L’anno scolastico sta per cominciare, ma la questione del precariato resta aperta. I sindacati hanno parlato di oltre 250 mila contratti a tempo determinato, ma dal Ministero dell’Istruzione e del Merito è arrivata una replica dura, come riporta Ansa: “stupore e indignazione per numeri strampalati che continuano a circolare”, spiegano fonti di Viale Trastevere, sottolineando che “si stanno per assumere o sono stati appena assunti oltre 50 mila docenti precari”.
Secondo le stesse fonti, circa la metà dei docenti di sostegno precari potrà contare su una “sorta di stabilizzazione implicita” grazie alla possibilità di scelta da parte delle famiglie.
Per i sindacati, però, la realtà è ben diversa. Giuseppe D’Aprile, segretario generale Uil Scuola RUA, parla senza mezzi termini di “vera emergenza sociale”. Vito Castellana, coordinatore Gilda, avverte che “la piaga del precariato è destinata ad accrescersi quest’anno ancora di più sui posti di sostegno”.
Un altro nodo irrisolto riguarda le scuole in reggenza, ovvero quelle affidate a dirigenti già titolari di un altro istituto. “L’annosa questione delle scuole a reggenza – osserva Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil – è stata promessa come superata dal ministro Valditara. Se si vuole veramente eliminarle, si impegni ad aumentare i posti in organico creando, anche per la dirigenza scolastica, un organico aggiuntivo disponibile per le mobilità interregionali e le assunzioni di nuovi dirigenti”.
C’è chi sceglie un approccio più ottimista, come Mario Rusconi, presidente dell’Anp Roma: “Ogni anno abbiamo cento mila studenti in meno, in 10 anni si perderanno 1 milione di studenti, per cui è già un fatto positivo che non vengano ridotti gli organici attuali”.
D’Aprile, pur riconoscendo che “le immissioni in ruolo annunciate dal ministro, poco più di 54 mila tra posti comuni, sostegno e religione, rappresentano un segnale positivo”, sottolinea che restano “del tutto insufficienti rispetto alla portata di questo fenomeno”.
Il sindacalista snocciola i dati: “Solo tra i docenti i contratti di supplenza hanno raggiunto quota 232 mila, di cui oltre 177 mila su cattedre intere e più di 53 mila su spezzoni orari. Anche per il personale ATA la situazione è critica: quasi un lavoratore su cinque ha un contratto precario. Nonostante il susseguirsi di concorsi ordinari, straordinari, Stem e Pnrr, il precariato dal 2015 è più che raddoppiato. Inoltre, il mancato scorrimento tra gli idonei in caso di rinuncia, blocca le assunzioni: se rinuncia un vincitore si scorre la graduatoria; se rinuncia un idoneo, invece, non si procede con il successivo idoneo, pur restando posti vacanti”.
Sulla stessa linea Castellana: “Il problema del precariato non verrà risolto, anzi il rischio è che aumenti, perché intanto c’è una procedura di reclutamento farraginosa, con molti concorsi in essere e la necessità di scorrere le graduatorie entro il 31 agosto. La mini call veloce non ci risulta abbia avuto successo e come ogni anno moltissimi posti rischiano di rimanere scoperti. La piaga del precariato, poi, è destinata ad accrescersi quest’anno ancora di più sui posti di sostegno, nonostante i proclami”.
Anche Fracassi ricorda i numeri dello scorso anno: “Abbiamo sfondato la cifra di 300 mila precari e per il prossimo anno scolastico prevediamo che i contratti a tempo determinato saranno circa 250 mila” tra docenti e collaboratori scolastici.