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Una riflessione sulla scuola di oggi

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Si discuteva con i colleghi in aula docenti dei tanti (scrittori, psicologi, insegnanti) che parlano di scuola dando consigli ai docenti e esponendo la loro idea sulla scuola di oggi.

Il tutto spesso si riduce ad un confronto tra rivoluzionari e reazionari, chi vorrebbe rinnovare completamente la scuola e chi vorrebbe riportarla a com’era un tempo, “perché funzionava meglio”.

Il discorso sovente si sposta sui progetti e sull’innovazione digitale, che  vengono presi come un’esigenza pressante che impedisce di svolgere le altre attività previste.

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Altro tema che emerge è il cambiamento della società che costringe la scuola a stare al passo con i tempi.

Nota dolente è il rapporto con le famiglie, che sono diventate sempre più presenti e pressanti all’interno della scuola, a volte ostacolando il lavoro dell’insegnante e togliendo dignità alla sua figura con la pretesa di criticare ogni aspetto del suo lavoro, dalla didattica alla valutazione, anche se non hanno nessuna competenza per farlo.

Insegno da circa 11 anni. Ho girato parecchie scuole, soprattutto negli anni di precariato, e devo dire di aver incontrato quasi sempre colleghi preparati, motivati, che si impegnano al massimo nel proprio lavoro. Mi sento di dire che la scuola pubblica italiana è una buona scuola, in cui lavorano professionisti competenti. Certo, non sempre è così. Anche le scuole migliori non sono prive di difetti, ma è normale. Tutto è perfettibile.

Procediamo per punti.

Per quanto riguarda l’innovazione didattica, credo che la virtù stia nel mezzo. Demonizzare le vecchie metodologie, come la lezione frontale, è, secondo me, irrazionale.

La lezione frontale può essere arricchita da momenti di brainstorming, didattica laboratoriale, problem solving, utilizzo della strumentazione digitale. Resta, e credo che resterà ancora a lungo, un valido strumento didattico, ma certo non possiamo pensarla sempre uguale a se stessa.

Le innovazioni devono essere integrate in essa in modo che siano funzionali, consentendo di raggiungere gli obiettivi didattici con più rapidità e facilità. Per dirla in breve, l’innovazione digitale deve essere il mezzo e non il fine. Gli strumenti digitali appartengono alla nostra epoca. I nostri alunni sono “nativi digitali”. Non possiamo ignorarlo.

Affinché la didattica si rinnovi non è necessario buttare  via tutto il buono che c’era in passato, perché considerato ormai obsoleto. La società cambia e la scuola deve adeguarsi: credo che la strategia vincente sia di conservare gli aspetti positivi della “vecchia” didattica integrandola con nuove metodologie e strumenti che possano renderla più efficace, in un mondo che richiede mezzi di comunicazione sempre più rapidi ed intuitivi.

Per quanto riguarda i progetti, bisogna ammettere che a volte sono tanti e rischiano di ingolfare il lavoro dell’insegnante con attività che sembrano scollegate dal contesto. In questo caso il mio parere è che i essi vadano scelti con cura, per fare in modo che non vengano percepite dagli insegnanti come “imposti dall’alto”. È necessario che vi sia una partecipazione attiva della scuola nella fase di progettazione, per integrarli nell’attività didattica e farli diventare un utile strumento per aprire la scuola al territorio, favorire l’apporto da parte di esperti esterni, ed essere quindi un valido arricchimento dell’offerta formativa.

Una necessità della scuola di oggi è quella di pubblicizzare all’esterno le attività che vengono svolte, per attrarre i potenziali iscritti e contrastare la concorrenza degli altri istituti.

Questa esigenza viene percepita come la volontà di trasformare la scuola in un’azienda fornitrice di servizi, che devono essere venduti, richiamando quanti più acquirenti possibile. Lo ammetto, io ho fatto fatica a mandare giù questa idea di scuola, ma con il tempo ho capito che dare visibilità al lavoro che viene fatto all’interno della scuola non ha l’unico scopo di attrarre nuovi utenti, ma serve a valorizzare le “buone prassi”. Credo sia giusto condividere le attività svolte che si sono rivelate valide, affinché possano essere di ispirazione per altri docenti, del nostro o di altri istituti.

In ultimo, vorrei affrontare un problema che da molti viene percepito come prioritario all’interno della scuola: il ruolo delle famiglie. È innegabile che la rilevanza delle famiglie all’interno della scuola sia diventata molto maggiore negli ultimi anni, e questo porti spesso a mettere in discussione la professionalità dell’insegnante.

Bisogna dire che quando un genitore affida alla scuola il proprio figlio affinché riceva un’istruzione fa un atto di fiducia. È come quando ci si rivolge a un professionista per svolgere un certo lavoro, ad esempio un commercialista per compilare la dichiarazione dei redditi, o ad un architetto per elaborare un progetto. Lo si fa perché non si è in grado di farlo da soli, per mancanza di competenze e/o di tempo. Ovviamente, se ci rivolgiamo ad un professionista lo facciamo perché crediamo che sia in grado di svolgere bene il suo lavoro. Certo, ci sono sempre le eccezioni. C’è sempre qualcuno che il suo lavoro non lo svolge come dovrebbe, ma questo non dovrebbe essere il metro per giudicare un’intera categoria di professionisti, come spesso accade nel caso degli insegnanti.

È importante stabilire un buon rapporto con le famiglie degli alunni, perché soltanto se c’è un’alleanza fra scuola e famiglia, se vengono perseguiti gli stessi obiettivi, se i messaggi che vengono inviati agli alunni e alle alunne non sono in contrasto, che gli insegnanti riescono a fare al meglio il loro lavoro. È necessario che le famiglie riconoscano il ruolo e la professionalità del docente, che è giusto ribadire con fermezza, ma senza arroganza.

Quando si riesce a stabilire tra scuola e famiglia un rapporto proficuo e collaborativo i risultati sono sorprendenti: a volte con alcuni alunni che sembravano irrecuperabili si può assistere a dei “piccoli miracoli”, che riescono a ripagarci di mesi di impegno.

Fabio Marini