Home Alunni “Usino l’uscita secondaria”: i figli dell’imprenditore antiracket isolati

“Usino l’uscita secondaria”: i figli dell’imprenditore antiracket isolati

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Preoccupata per la presenza a scuola dei due figli dell’imprenditore antiracket Gianluca Maria Calì, una rappresentante di classe ha scritto alla dirigente dell’istituto milanese frequentato dai due piccoli di 6 e 7 anni per dire che “sarebbe il caso che i bambini in questione uscissero da una porta secondaria e non all’orario canonico”.

E’ stato lo stesso Calì, imprenditore palermitano del settore auto che negli anni ha subito e denunciato numerose intimidazioni, a rendere pubblico l’isolamento dei suoi figli e della paura di alcuni genitori “che possa succedere qualcosa di molto serio ai loro bambini” e dal timore di partecipare a un incontro con Calì programmato per il 13 gennaio.

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Lo denuncia Il Giornale di Sicilia.

“Tutto nasce da quanto successo lo scorso 19 ottobre, quando i miei figli all’uscita dalla scuola sono stati avvicinati da due uomini su una Mercedes con i vetri oscurati, che – racconta Calì – con accento siciliano hanno chiesto alla baby sitter se quelli fossero i miei figli. Lei ha prontamente risposto che erano i suoi e io sono corso a fare denuncia e ho comunicato alla scuola quanto successo affinché fosse fatto quanto necessario per la sicurezza. I dirigenti si sono adoperati per risolvere i problemi ed è anche stato siglato un protocollo di intesa con il Comune per la protezione dei bambini”.

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Già a ottobre “qualcuno diceva che rimaneva il problema della sicurezza per l’esterno e che i miei figli dovevano andare in gita da soli, ma nessuno lo aveva messo nero su bianco”. Pochi giorni fa la doccia gelata, con la lettera dove viene spiegato che alcuni genitori “stanno pensando di far cambiare scuola ai propri figli perché preoccupati della loro sicurezza”.

La stessa rappresentante si chiede “se sia il caso di lasciare che siano i nonni o la tata ad andare a prendere i bambini a scuola, quando la scuola non è più un luogo sicuro”. Preoccupazioni che Calì comprende, mentre lo ferisce il passaggio dove la mamma dice che i genitori si sentono “rattristati per i piccoli che subiscono l’eredità dei padri”. “Ma io – sbotta – non sono un pentito, sono solo un imprenditore che si è rifiutato di pagare anche un solo centesimo e ha sempre denunciato ogni pressione mafiosa”. Per quanto riguarda i suoi figli “abbiamo cercato di proteggerli ma sono intelligenti e qualcosa hanno intuito, mi auguro solo che non tutti i genitori siano come la mamma che ha scritto quella lettera, perché i miei figli – sottolinea – devono poter fare una vita normale e non devono vergognarsi di nulla”. Quando si è trasferito a Milano con la famiglia, Calì era tranquillo: “dopo le minacce subite in Sicilia pensavo che qui non ci avrebbero mai toccato e invece sono arrivati fino alla scuola dei miei figli”. L’imprenditore non si aspettava nemmeno così poca solidarietà: “non voglio il tappeto rosso, solo continuare a fare una vita normale, cosa che non mi viene permessa da una vigilanza che è solo saltuaria. Ho chiesto la scorta ma non ho mai avuto risposta.

Quei genitori hanno ragione a dire che non siamo sufficientemente protetti, ma anziché discriminarci con quella lettera alla dirigente avrei preferito che scrivessero al prefetto e al questore per chiedere maggior sicurezza per i miei e i loro figli”. Nonostante quanto successo, l’imprenditore – il primo a denunciare il pizzo a Bagheria – non ha nessuna intenzione di far cambiare scuola ai suoi bambini: “non possiamo subire la prevaricazione mafiosa, altrimenti – conclude – hanno vinto loro”.