Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, al Meeting di Rimini, si è lasciato andare in una riflessione che in qualche modo ci coinvolge, come insegnante e come osservatore di cose della scuola.
Ha infatti sottolineato: la scuola “serve a valorizzare i talenti di ogni giovane e a mettere al centro la sua persona”. Oggi “dobbiamo riabituare i giovani ad accettare la fatica e a trovare nel lavoro una forma di realizzazione personale. È importante che per i giovani il rispetto dei diritti sia una priorità ma non è bello che il lavoro non sia al centro delle loro aspirazioni. Dobbiamo far loro scoprire l’importanza dell’impegno”.
Se per un verso è condivisibile questa riflessione del ministro, che richiama appunto la sacralità del lavoro e l’importanza del sacrificio, anche quello dello studio, per ottenere risultati importanti, per altro verso fare riferimento alla scuola appare superficiale.
È vero infatti che la mission dell’istruzione è anche quella educativa, ma ci sono compiti e mestieri, nel senso di lavori, che attengono solo alla sfera familiare e all’esempio che al suo interno viene dato.
Si possono infatti portare miriadi di letture, traduzioni, opere intere nelle quali queste idealità sono espresse da pensatori illustri e da poeti profondi e colti, ma se in famiglia manca il sostrato ideologico perchè questi valori acquistino significato e forza, la scuola non può fare altro che registrare la sua ennesima sconfitta, se di sconfitta si può parlare.
È vero che ci si realizza col lavoro che è l’unica forma con cui l’uomo si avvicina al Creatore che, dopo sei giorni, al settimo sentì il bisogno di riposare, ma se l’educazione domestica insegna al suo ripudio, mentre i modelli culturali proposti, anche quelli politici, sono di tutt’altra natura, il lavoro fatto a scuola su questi versanti appare, per ragazzi figli di tali esempi, non solo insensato ma anche noioso e inutile, se non molesto e bacchettone.
E a maggior ragione presso quelle famiglie delle periferie, spesso adescati da echi malavitosi, o delle comunità di immigrati che già “certi” lavori li scelgono, pur di avere sodi facili, a prescindere dalle “chiacchiere” dei loro professori. Che possono fare miracoli didattici e salti mortali educativi straordinari, ma certe realtà degradate avranno sempre il sopravvento.
Stesso discorso per i ragazzi di tenero sociale elevato, impigriti dal benessere e dall’ignoranza molesta del significato di lavoro su cui la scuola può insistere ogni giorno ma che non troverà riscontro nella fattibilità operativa.
Per questo il ministro, più che predicare, dovrebbe attivarsi a cercare sinergie coi colleghi del lavoro, delle pari opportunità, delle politiche sociali, della famiglia, cercando di risolvere i problemi a monte e così solo dopo la scuola potrà reggere certi conflitti e solo dopo potrà la sua mission educativa avere presa, perché diventa di ordinario supporto e non trave portante di tutta l’impalcatura sociale.