Breaking News
23.11.2025

Violenza contro le donne: la giornata del 25 novembre non può essere solamente un rito

Monica Piolanti

La data del 25 novembre non è una ricorrenza rituale, non può esserlo. È un urgente, ineludibile appuntamento con la coscienza della nostra società, e in particolare della nostra comunità educante, per affrontare il fenomeno endemico e devastante della violenza contro le donne.

Parliamo di violenza in tutte le sue forme, da quella fisica e psicologica, spesso nascosta tra le mura domestiche, alla violenza economica e allo stalking. Parliamo di femminicidio, il culmine tragico di una spirale di sopraffazione che troppo spesso non viene intercettata, o viene colpevolmente minimizzata, fino al punto di non ritorno. In Italia, i numeri di questo 2025, come ogni anno, sono intollerabili: ogni singola vittima è la prova di un fallimento collettivo che non possiamo più permetterci di ignorare o derubricare a episodio marginale di cronaca.

Un aspetto che non possiamo e non dobbiamo eludere è la realtà sommersa degli abusi intra-familiari che colpiscono in particolare le bambine e le adolescenti, vittime per anni di violenze da parte di un familiare o di figure vicine. Questa forma di violenza è ancora più insidiosa perché sfrutta la fiducia, la dipendenza e l’autorità che dovrebbero garantire sicurezza, trasformando l’ambiente domestico – il luogo deputato alla protezione – nel principale teatro del trauma.

Per queste vittime, il peso di ciò che subiscono è inesprimibile. Spesso non è facile trovare le parole per raccontare o spiegare perché si piange. Spesso le parole si perdono ed è inutile cercarle, poi le ritrovi quando ormai non ti servono più. Spesso le parole non sono sufficienti per raccontare quello che ci portiamo dentro.
Le conseguenze psicologiche sono devastanti e complesse, manifestandosi in disturbi acuti, tra cui l’anoressia e la bulimia. Talvolta, le bambine abusate, divenute adulte, riescono a prendere in mano la situazione, andando in cura da uno psichiatra e/o psicoterapeuta per tentare di salvarsi e curarsi.

Tuttavia, il percorso è lungo e pieno di ostacoli e la lotta contro le diagnosi pesanti è continua. Sebbene il momento peggiore possa essere alle spalle, consentendo di riprendere in mano la propria vita e l’attività lavorativa, non si guarisce completamente mai perché le ferite restano per sempre. Tali dinamiche richiedono l’attivazione immediata e coordinata di tutte le strutture educative e sociali. La scuola è, in molti casi, l’unico baluardo esterno in grado di intercettare i segnali di disagio che la vittima non riesce o non può esprimere. I docenti, dunque, fanno bene ad attenzionare i disegni, ad ascoltare oltre le parole e a prendersi a cuore queste situazioni delicatissime, poiché l’osservazione è il primo atto di protezione.

La radice del problema è culturale, e risiede in una visione distorta dei rapporti di genere che affonda le sue premesse in strutture patriarcali. Una visione che alimenta il sessismo e crea il terreno fertile per la violenza. Ed è in questo contesto che si inserisce il recente dibattito sulla definizione del consenso libero e attuale nella legislazione sulla violenza sessuale, come richiesto anche dalle istanze europee.

L’accordo raggiunto tra i partiti su un testo che recita “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero ed attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni” è, in quanto principio regolativo dei rapporti intimi tra persone, totalmente condivisibile.
Il sesso senza consenso è abuso.
Sennonché, la sua trasformazione in norma giuridica fa sorgere timori sulla sua applicazione.
Il rischio è che la necessità di tradurre un’intesa dinamica – fatta di gesti, sguardi e reciprocità – in prova legale possa generare, in sede processuale, una capziosità intrusiva ai limiti della perversione, focalizzata sulla dimostrazione della firma implicita piuttosto che sulla violenza subita. Si teme che la legge, pur nascendo con l’intento di tutelare le donne e definire chiaramente il reato – superando la necessità di provare la resistenza fisica – possa trasformarsi in un obbrobrio giuridico inapplicabile, finendo per offendere la ricchezza e la complessità delle passioni intime umane.

Ed è qui che l’istituzione scolastica assume un ruolo cruciale e insostituibile. La scuola non è solo il luogo della trasmissione delle nozioni; è la principale agenzia di decostruzione degli stereotipi e di educazione emotiva e relazionale. Dobbiamo avere il coraggio di dire chiaramente, citando l’attrice Franca Rame (moglie di Dario Fo), che con il suo monologo sul suo stupro, diede voce a un trauma generazionale: “Il mio corpo… lo hanno sporcato di me, di noi… hanno sporcato anche i muri con la mia paura”. L’educazione alla parità non è un’opzione, è un imperativo etico. Dobbiamo formare giovani uomini e giovani donne capaci di riconoscere e rifiutare ogni forma di prevaricazione, insegnare il rispetto del corpo e della volontà dell’altro fin dalla sua espressione più latente. Dobbiamo fornire gli strumenti per riconoscere i segnali d’allarme e la consapevolezza che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma il primo atto di forza e autodifesa.

Il 25 novembre ci ricorda l’urgenza di non arretrare su questo fronte. Significa rinnovare ogni giorno l’impegno per una rivoluzione culturale che, partendo dai banchi di scuola, possa finalmente restituire dignità, sicurezza e libertà a ogni donna e bambina. Non possiamo permetterci di essere i testimoni silenti di questo dramma; dobbiamo essere gli artefici del cambiamento.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate