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22.10.2026

Violenze giovanili, social e minori, Paolo Benanti: «Nello spazio Ue quei social andrebbero sospesi»

Le piattaforme social guadagnano dalle interazioni, ma scaricano sulla società i costi delle conseguenze, anche sulla salute dei ragazzi. È uno dei passaggi centrali dell’intervista rilasciata da Paolo Benanti, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, a Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera di oggi.

Partendo dalle recenti violenze di giovanissimi convocati attraverso i social, Benanti richiama il potere degli algoritmi di condizionare i comportamenti collettivi. Non si tratta necessariamente di mobilitazione politica: «Assomiglia più alla capacità degli strumenti digitali di muovere le masse senza un prima e senza un dopo».

Le responsabilità delle piattaforme

Il punto più significativo riguarda le responsabilità delle piattaforme e gli strumenti normativi già disponibili in Europa.

Benanti cita il caso di Meta che, negli Stati Uniti, ha raggiunto un accordo extragiudiziale miliardario in una controversia relativa ai danni provocati ai minori dalla dipendenza dai social. Tecnica della Scuola ha seguito molto da vicino prima le accuse a Meta nel processo in Kentucky dove si parlò di algoritmi tossici e successivamente ha abbiamo dedicato ampio spazio all’accordo extragiudiziale dove Meta si è impegnata a agire sui tempi di accesso ai social ma non sull’algoritmo.

Secondo Benanti, i fatti di questi giorni dovrebbero indurre l’Europa a intervenire applicando l’articolo 5 dell’AI Act, che vieta determinate pratiche di manipolazione attraverso l’intelligenza artificiale. Ricordiamo che l’art. 5 dell’AI Act vieta l’immissione sul mercato sistemi che alterano il comportamento di una persona o di un gruppo superando la loro coscienza, compromettendone la capacità di scelta e causando danni significativi (tecniche subliminali, manipolative o ingannevoli). La conclusione di Benanti è netta: «Nello spazio Ue quei social andrebbero sospesi».

Anche l’ipotesi di vietare l’accesso ai social prima dei 15 anni viene giudicata positivamente, soprattutto perché «obbligherebbe le piattaforme a obbedire a una legge, invece di autoregolamentarsi».

Educare non basta: occorre agire sui padroni degli algoritmi

Per docenti ed educatori emerge una questione decisiva: educare all’uso consapevole dei social è indispensabile, ma non sufficiente se gli ambienti digitali sono progettati per influenzare i comportamenti dei più giovani.

Come osserva Benanti, «le interazioni portano guadagni alle piattaforme social». I costi, invece, ricadono sui ragazzi e sulla collettività. La tutela dei minori non può quindi essere affidata soltanto alla scuola e alle famiglie: richiede anche responsabilità delle imprese e interventi pubblici efficaci.

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