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Aggiornato il 19.08.2025
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Visita al Museo etnografico di Teodone di Brunico, che consigliamo alle scolaresche

Pasquale Almirante

A Teodone, nei presi di Brunico, in provincia di Bolzano, s’apre fascinoso e immenso un singolare museo, quello provinciale “Degli usi e dei costumi”, ma che forse in tedesco suona meglio, “Südtiroler Landesmuseum für Kultur- und Landesgeschichte”, che sta per “Museo provinciale per la storia e la cultura locale”. 

Che è, come dire, muso storico dell’attività contadina nel Sudtirolo, che prese avvio più moderno, ma rimanendo comunque abbarbicato al Medioevo, da quando, a seguito della guerra dei contadini del XVI secolo e sfruttando l’abbrivio della Riforma di Lutero (che poi tradì il movimento alleandosi coi proprietari), chiedendo pane e lavoro, pace e libertà,  i  Landsknecht si rifugiarono nei “Masi”, che non sono fattorie, come si potrebbe equivocare, ma un luogo fisico, una costruzione in legno di rovere, molto resistente al tarlo, dentro cui tutto avveniva: dall’allevamento del bestiame, alla conserva delle granaglie, dalla vita domestica alla procreazione di uomini e di bestie.

Sparpagliati fra le montagne, in singolare combutta con le dolomiti, tanti masi sono stati raccolti in questo museo e ricostruiti secondo la logica che così li imponeva, per mostrare la vita che dentro vi si conduceva. E infatti,  un maso garantiva la gestione di qualche ettaro di terreno adibito per lo più a pascolo o a granaglie adatte a quel clima freddo e ostico, al tempo quando in Sicilia il frumento costituiva una sorta di calmiere dei prezzi e tutto si comprava sulla base del suo valore.

Da quelle parti invece, oltre a dei legumi particolarmente resistenti, avena e farro, orzo e segale si usavano per panificare, due/tre volte l’anno, essendo il frumento merce rara e coltura difficile, e per nutrirsi, insieme con verdure spontanee o allevate come i crauti e i cavoli. 

Vita grama insomma quella gente conduceva, che in questo museo è possibile cogliere attraverso le suppellettili e gli attrezzi da lavoro, le cucine e le stalle, comprese una o due fucine di fabbro, un mulino per l’abbisogna di un certo numero di masi, il ciabattino e l’arcolaio per la filatura della lana. Le opere di falegnameria per lo più si svolgevano dentro questa isola privata che il maso rappresentava, grazie ad attrezzi artigianali che per lo più venivano costruiti durante i lunghi inverni.

Singolare è tuttavia il raffronto, che viene mostrato, con la casa nobiliare, posta all’ingresso di questa sorta di villaggio del basso medioevo, costituito appunto dal museo di Teodone.

È la villa seicentesca del barone Anton Wenzi zu Sternbach, dove il senso dell’abbondanza fiorisce con disinvolta prodigalità e che, attraverso un percorso segnalato per terra, è possibile percorrere per rendersi conto, non solo della esistenza che si svolgeva in questo opimo palazzo, ma anche quella della servitù, adibita a rendere comoda e larga di ozio la vita dei signori. E qui è tutto mille volte amplificato rispetto al maso, dalle cucine alle suppellettili e certamente agli armamenti, corazze e spade varie, e alla mobilia, coi depositi di vettovaglie, tra birre e formaggi, speck e vino, mentre una immancabile cappella recita il rosario del signorotto, con scene di santi locali e pure con una serie di ex voto che la devozione popolare non manca mai di dipingere.

Ci colpisce l’immagine di una “Madonna delle serve”, deposta sopra l’altare, e il dipinto (un altro simile era presso il castel di Tures) di una Pietà trafitta, non dal pugnale, come la stessa iconografia cattolica prescrive, ma da una spada.

A parte le collezioni di carrozze, una serie di maschere di carnevale, richiamano invece il culto magico ancestrale dei contadini nei confronti della terra, dentro cui il seme vive con le “masche”, le divinità terragne, e nelle sue viscere marcisce in attesa di rinascere e dare i frutti. 

In simbiosi tutto ciò, con le facciate dei masi stessi, nei quali è visibile l’affidarsi dell’uomo a Dio tramite calici o croci o altre segni apotropaici incisi nelle architetture stesse delle case o nelle volte come chiavi per mantenere tutta l’impalcatura.

Ora questo museo ha costi di ingresso assai bassi e sconti particolari per le scolaresche alle quali consigliamo con buon volere una visita, e non già solo per lo stupore che essa può incutere di fronte a tanta povertà e al culto estremo del lavoro, ma anche per la fatica che si dove fare per meno di un tozzo di pane, mentre la gran parte delle famiglie trascorreva tutta la propria esistenza fra quelle pareti di legno, aperte agli spifferi gelidi degli inverni rigidi calati dalle Alpi, e che rappresentavano il mondo intero, l’intero universo dal quale difficilmente ci si spostava e dentro le quali la vita e la morte chiudevano i loro cerchi con inesorabile indifferenza.

Interno di un maso

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