Home Politica scolastica 17 maggio, ultima occasione per fermare la regionalizzazione

17 maggio, ultima occasione per fermare la regionalizzazione

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Regionalizzazione: punto e a capo. Quattro giorni dopo l’annuncio dei Sindacati “maggiormente rappresentativi” di essersi ritirati (in cambio di vaghe promesse stipendiali senza copertura finanziaria, e con solo un vago accenno alla lotta contro la regionalizzazione sotto forma di “raccolta firme”) dallo sciopero unitario del prossimo 17 maggio contro la regionalizzazione, Salvini ha colto la palla al balzo per spingere fortemente l’acceleratore verso la regionalizzazione stessa, facendo capire all’alleato pentastellato di volerla portare a casa il prima possibile: anche prima delle elezioni europee. Ennesima dimostrazione di quanto la minaccia di uno sciopero partecipato sia pesante per le politiche di qualunque governo (e di quanto siano comodi, per qualsiasi governo, dei Sindacati “ragionevoli”).

Se la Scuola sciopererà ugualmente

Ora la partita torna più che mai nelle mani dei lavoratori della Scuola (docenti e non). Infatti, scioperando comunque il 17 maggio coi sindacati di base UNICOBAS, COBAS, ANIEF e CUB (quand’anche dovesse scioperare solo il 10%), i lavoratori della Scuola daranno un segnale triplo: diranno al Governo di essere assolutamente contrari alla regionalizzazione; diranno ai Sindacati “maggiormente rappresentativi” di non aver approvato la loro accondiscendenza verso il Governo in cambio di caramelle; diranno di non apprezzare chi non converge su date comuni per uno sciopero unitario. Dimostreranno, inoltre, di saper leggere oltre le dichiarazioni ufficiali di partiti e sindacati (e oltre il silenzio quasi assoluto dei media mainstream sulla regionalizzazione). La Storia insegna: nessun governo è mai rimasto indifferente alle mobilitazioni dei lavoratori: al massimo ha tentato di farlo credere. Se i lavoratori non sciopereranno, la regionalizzazione subirà un’ulteriore accelerazione, divenendo  inarrestabile.

La chiusura del cerchio

Per la Scuola la regionalizzazione andrebbe a sommarsi al decentramento dei servizi già previsto dalla riforma Berlinguer del 1998, dalla “autonomia” scolastica (che in realtà, — come abbiamo visto in più di una occasione — concentra nelle mani del Dirigente Scolastico prerogative che prima erano dell’amministrazione statale e poteri che prima venivano esercitati collegialmente dai docenti) e dal Decreto Bassanini del 2001. Sarebbe il completamento del processo di sottomissione della Scuola alle logiche e ai dogmi del pensiero unico neoliberista.

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Verso la Scuola Nazionale Padana?

Se questo progetto passerà, alle Regioni verranno attribuite numerose funzioni: l’alternanza scuola-lavoro; la definizione dei sistemi di valutazione e della “offerta formativa”; l’insieme delle attività didattiche; persino l’assunzione e la gestione di tutto il personale scolastico (docente e non).

Sempre più esisteranno scuole di serie A e scuole di serie B. Anche perché ci sarà un’Italia di serie A e un’altra di serie B (quella centromeridionale, ovviamente). Di conseguenza non ci sarà nemmeno bisogno di eliminare il valore legale del titolo di studio (come voleva la loggia massonica P2 di Licio Gelli): esso cadrà da sé, perché non avrà più senso, in un Paese in cui ogni scuola è estremamente diversa dalle altre nei programmi, nelle risorse e negli strumenti.

Ecco a voi la diminuzione dei salari

La capacità contrattuale regionalizzata finirà per rendere ancora più debole la già debole categoria dei docenti (secondo la logica del “divide et impera”). Le “gabbie salariali”, da sempre desiderate dalla Lega, saranno realtà: solo in alcune zone del Nord gli stipendi cresceranno o rimarranno uguali; nell’Italia centromeridionale diminuiranno. E nella stessa parte della Penisola moltissimi istituti scolastici conosceranno un degrado inarrestabile, mentre varie università dovranno, semplicemente, chiudere i battenti per mancanza di fondi. Identica sorte toccherà alle istituzioni sanitarie. Qualcosa, insomma, di molto più classista del fascismo.

Alla faccia di quanti si illudono di ottenere stipendi più alti passando dallo Stato alle Regioni più opulente, verranno scomputati a tutti i lavoratori gli anni di servizio maturati nello Stato stesso: il che significa che i “gradoni” di anzianità scompariranno (perché non presenti nel Contratto Nazionale degli Enti Locali), e verrà del tutto annullata l’anzianità comunque maturata. Regalino già recapitato (con procedura inversa) al personale non docente degli Enti Locali che nel 2000 venne statalizzato.

Addio Italia unita?

Quella che si prospetta, comunque, è la disgregazione totale del Paese e del suo sistema d’istruzione (nonché sanitario), secondo il credo neoliberista della concorrenza e della disuguaglianza elevato a modello di società, di istruzione e di cultura. Un credo mascherato sotto le parole d’ordine “merito” ed “efficienza”, i cui sacerdoti si contano oramai non solo tra le fila di tutti i partiti presenti in Parlamento, ma anche tra i Sindacati “maggiormente rappresentativi” (come l’intesa col Governo Conte dimostra). Se questa disgregazione passasse, allora toccheremmo con mano che l’unità d’Italia non era solo vuota retorica, ma un baluardo in difesa dei diritti costituzionali del cittadino; e che la regionalizzazione altro non è se non un’arma contro i lavoratori, brandita sventolando l’illusione — in alcune regioni più ricche — di un miglioramento.

I fatti parlano sempre chiaro, ed anche stavolta hanno detto la loro. Ora la parola spetta agli insegnanti e agli altri lavoratori della Scuola.