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Regionalizzazione, Salvini vuole chiudere in CdM ma Di Maio frena: l’Autonomia non porta scuole di serie A e B

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A meno di un mese dalle elezioni europee s’infiamma il confronto elettorale tra i due partiti di Governo. Anche sulla gestione della scuola pubblica.

Salvini auspica un CdM che a breve approvi le autonomie regionali

Domenica 28 aprile, il vicepremier leghista Matteo Salvini, parlando agli elettori del Nord, si è augurato che “a brevissimo” in Consiglio dei ministri trovino attuazione le intese per le autonomie regionali, per poi approvare velocemente la “pratica” in Parlamento, confermando quindi la pretesa di rendere il testo sulla regionalizzazione inemendabile.

Il concetto sull’autonomia differenziata, messa in stand by il 14 febbraio scorso, è stato rafforzato nel corso di un’intervista alla Stampa: “”I Cinque Stelle – ha detto Salvini – si devono mettere d’accordo tra di loro. Il ministro dice una cosa e il suo vice sostiene l’opposto. Il percorso sulle Province, che ora non sono né carne né pesce, è stato deciso insieme. Il problema è che cambiano idea troppo spesso. Non solo in questo caso, ma anche sulla flat tax, sull’immigrazione o sulle autonomie. Non si può dire contemporaneamente sì, no e forse. Se poi Di Maio ha un modo per sistemare scuole e strade senza enti intermedi sono pronto ad ascoltarlo. Però mi secca lavorare settimane per scoprire che hanno una nuova opinione”.

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Al quotidiano, il leader leghista ha anche detto che “le seccature cominciano a essere troppe”. Però Salvini assicura anche di non voler tornare al voto: “Ho giurato il primo giugno. Ho fatto delle promesse agli italiani e intendo mantenerle. Certo, per andare avanti bisogna essere d’accordo in due”.

Di Maio dice no: non è che se vivi in Sicilia o in Calabria puoi essere danneggiato.

L’altro vicepremier, Luigi Di Maio, invece parlando all’elettorato del Sud conferma la posizione disallineata rispetto all’alleato di Governo: sulla scuola, in particolare, conferma che “il Movimento 5 Stelle sarà garante della coesione nazionale, perché non ci siano scuole di serie A e di serie B”.

“L’Autonomia si fa – ha poi continuato il leader politico del M5S, preoccupato per le sorti delle strutture del Sud -, ma secondo certi criteri e senza spaccare il Paese in due. Non è che se vivi in Sicilia o in Calabria puoi essere danneggiato. Detto questo, l’Autonomia è nel contratto e la porteremo a casa. Senza fare però le cose in fretta”.

Dal pentastellato, quindi, non c’è alcun riferimento all’intesa di Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sulla scuola realizzata nella notte tra il 23 e 24 aprile, anche sulla regionalizzazione, che manterrebbe comunque il personale sotto l’egida dello Stato.

“Le scuole pubbliche sono tutte uguali, come gli ospedali”

E ancora: “Per quanto mi riguarda le scuole pubbliche devono essere tutte uguali, così come gli ospedali. Non è che se vivi in Sicilia o in Calabria puoi essere danneggiato. Sulla salute e l’istruzione non si scherza, devono essere garantiti a tutti gli stessi diritti. Sempre. Specie se parliamo dei nostri bambini, nipoti o dei nostri nonni. E per questo controlleremo la legge riga per riga. Vista la delicatezza del tema, servono calma e testa per non fare pasticci. E soprattutto servono meno slogan”, scrive Di Maio sulla regionalizzazione.

“Quello che non si rifarà, invece, sono le Province, ve lo assicuro. Bisogna andare avanti, non indietro”. Sempre a proposito delle province, Di Maio mette le mani avanti: “Nessuno provi ad aumentare ancora il numero delle poltrone perché noi non ci stiamo e non ci staremo”.

I timori del premier Conte

La tensione tra i due partiti di Governo, quindi, sembra non si placa. Anzi. E probabilmente non si tratta di prese di posizioni, di giochi delle parti, dettate dall’esigenza di mandare messaggi al proprio elettorato in vista delle elezioni europee.

A rendersi conto che la situazione potrebbe uscire fuori controllo – soprattutto dopo l’ipotesi di reato sull’operato del sottosegretario Armando Siri – è stato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: riferendosi ai suoi vicepremier, da Pechino ha detto a chiare lettere che se si continuano i litigi da campagna elettorale, si rischia di “mettere in discussione il percorso di cinque anni di governo del cambiamento”.