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18.07.2026
Aggiornato alle 18:36

A Ceresole Reale, in paese più stambecchi che bambini, chiude la scuola più piccola d’Italia

Il calo demografico, ma soprattutto lo spopolamento delle aree “marginali”, stanno inesorabilmente cambiando il volto della scuola italiana e l’assetto istituzionale del sistema.
Spesso, le conseguenze sono modeste, apparentemente poco evidenti, ma messe una in fila all’altra hanno il loro peso.

A Ceresole Reale chiude la scuola

Il 1° settembre chiuderà (forse per sempre, anche se il Comune per il momento non vuol parlare di dismissione dell’edificio) un’altra scuola di montagna.
Il caso, però, è emblematico perché riguarda la scuola primaria più piccola d’Italia collocata addirittura a 1.600 metri di altitudine.
Parliamo di Ceresole Reale, in provincia di Torino, nel cuore del Parco del Gran Paradiso.

Più stambecchi che bambini

Per intenderci Ceresole si trova in un’area davvero tipica: nei mesi più freddi è quasi normale che in paese arrivino i gli stambecchi che si avvicinano alle case perché nei pascoli più alti dove abitualmente “abitano” scarseggiano le possibilità di nutrirsi.
E può anche accadere che davanti alla porta della scuola alunni e insegnanti incontrino un paio di stambecchi che dormono ancora.
Insomma, a raccontarla così, sembra davvero alla porte del paradiso.
Ai tempi d’oro (anni ’50-’60) a Ceresole c’erano 250 abitanti, e anche un discreto numero di alunni.
Poco per volta la popolazione è diminuita, la scuola ha continuato a funzionare solo grazie alla volontà e alla tenacia del Comune tanto che ormai negli ultimi anni il plesso è considerato una pluriclasse “sussidiata” che sopravvive cioè grazie ai sussidi della Regione Piemonte a favore delle zone di montagna.
Ma a settembre si arriverà al capolinea: degli ultimi due alunni, uno dovrà scendere a valle per frequentare la secondaria di primo grado.
L’altro alunno, che è il fratello più piccolo, scenderà anche lui a valle salendo sullo scuolabus insieme con il più grande.
Di situazione analoghe ce n’è più di una nei Comuni montani dell’arco alpino. Quasi sempre per garantire l’apertura di questi plessi Regioni ed Enti locali affrontano importanti sacrifici economici che, però, a lunga distanza non si rivelano quasi mai risolutivi.
Nella migliore delle ipotesi si riesce a prolungare l’”agonia” di qualche anno, ma non certamente a invertire la tendenza.

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