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31.03.2026

Il paradosso italiano della natalità: due figli desiderati, uno realizzato; e le classi si spopolano

Continuano le indagini sul fenomeno delle “culle vuote” nel nostro Paese.
Una delle ultime ricerche è stata pubblicata in questi giorni sul portale Neodemos e mette in evidenza come da ormai quarant’anni l’Italia conviva con un fenomeno demografico cronico: una fecondità che non supera i 1,5 figli per donna. Sebbene il calo delle nascite sia un tema noto, i dati recenti delineano un panorama complesso dove il desiderio di genitorialità resta alto, ma si scontra con barriere strutturali e psicologiche apparentemente insormontabili.

Il divario tra desiderio e realtà

Il dato più sorprendente che emerge dalle fonti è il persistere di un forte scarto tra le intenzioni e i fatti: oggi, come vent’anni fa, gli italiani dichiarano di desiderare in media due figli, ma riescono a realizzarne appena la metà. Questo fenomeno ha portato a un cambiamento radicale della struttura sociale: se per le generazioni nate tra il 1940 e il 1960 la tendenza era la rinuncia al terzo o quarto figlio, per i nati tra il 1960 e il 1985 la vera novità è l’aumento esponenziale delle persone senza figli.

Nella maggior parte dei casi, non si tratta di una scelta consapevole (childfree), ma di una costrizione (childless) dettata da precarietà lavorativa, bassi redditi e difficoltà nel trovare casa o stabilizzare una relazione di coppia. Questa tendenza è particolarmente marcata nel Mezzogiorno, dove la percentuale di donne senza figli è in costante crescita.

Le quattro cause della “bassissima fecondità”

Gli studiosi Gianpiero Dalla Zuanna e Asher Colombo individuano quattro pilastri che spiegano questa stagnazione demografica:

  1. Ritardo nelle tappe di vita.
    La difficoltà nel conciliare studio, carriera e vita privata porta le donne (e gli uomini) a posticipare drasticamente l’uscita dalla famiglia d’origine e l’ingresso nella prima unione.
  2. Il paradosso del familismo.
    In Italia la famiglia è un “legame forte” che però sovraccarica le donne. Da un lato mancano servizi di welfare adeguati, dall’altro la pressione sociale spinge i genitori a investire massicciamente su un unico figlio per garantirgli mobilità sociale, rendendo la scelta di un secondo bambino un rischio economico e psicologico.
  3. L’inversione di tendenza economica.
    In passato le famiglie numerose erano le più povere; oggi accade il contrario. La fecondità è diventata una prerogativa delle coppie più ricche, istruite e residenti in aree dinamiche, dove entrambi i partner lavorano stabilmente.
  4. Una visione cupa del futuro.
    Esiste un profondo senso di nostalgia e pessimismo. Un’indagine Ipsos del 2025 rivela che il 47% degli italiani ritiene si vivesse meglio nel 1975 rispetto ad oggi. Questo “clima di sfiducia” frena i progetti a lungo termine come la nascita di un figlio, che viene spesso percepita come un “salto nel buio” piuttosto che una gioia.

C’è speranza per il futuro?

Nonostante il quadro appaia critico, le fonti sottolineano che la bassa fecondità non è un destino ineluttabile. Poiché il legame tra benessere economico e natalità è diventato positivo, un miglioramento delle condizioni materiali delle giovani coppie potrebbe invertire la rotta.

Tuttavia, non esistono meccanismi automatici di ripresa. Per cambiare rotta, le classi dirigenti dovrebbero porre i giovani e le famiglie al centro dell’agenda politica con riforme radicali: contratti di lavoro più stabili, politiche abitative accessibili e una reale conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Solo trasformando la genitorialità da un peso a un’opportunità sostenuta dalla società, l’Italia potrà sperare di riempire i vuoti lasciati da cinquant’anni di culle vuote.

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