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Abilitazione all’estero, business sulla pelle dei precari: 8mila euro tra tasse e viaggi, dopo sei mesi niente titolo [INTERVISTA]

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Perché un aspirante docente decide di conseguire un’abilitazione o la specializzazione per il sostegno all’estero? È una decisione difficile, che comporta sacrifici e spese importanti, le quali portano all’acquisizione del titolo solo dopo un lungo percorso di riconoscimento. Eppure, a prendere questa decisione sofferta, ogni anno sono diverse centinaia di precari, stufi di attendere i tempi lunghi per acquisire il titolo in Italia. Tra le sedi più gettonate figurano la Spagna e i Paesi dell’Est europeo.

Il prezzo da pagare è però salatissimo: diverse migliaia di euro e molti viaggi, per assistere alle lezioni in presenza e svolgere gli esami. Sulla qualità dei corsi, si è detto di tutto. Anche che non sono paragonabili a quelli svolti negli atenei italiani. E che rappresentano una “scorciatoia” per centinaia di precari, che in tal modo possono raggiungere abilitazione e specializzazione in un tempo relativamente breve.

Di recente, il Miur con nota prot. 9014 del 29 maggior scorso ha preso posizione sulla validità della abilitazione all’insegnamento all’estero, ma solo in Bulgaria, chiedendo, in base alla Direttiva 2013/55/UE, almeno un anno di esperienza professionale nelle scuole bulgare.

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L’intervista

La Tecnica della Scuola ha voluto saperne di più, intervistando uno dei tanti aspiranti docenti che ogni anno compie questo percorso: è una precaria laureata siciliana, si chiama Rosangela Chisari, si è laureata in Economia e Commercio nel 2004 all’Università di Catania, poi si è abilitata all’insegnamento qualche anno dopo frequentando il Pas all’Università Kore di Enna.

Da subito ha deciso di intraprendere la carriera di insegnante, lavorando in istituti paritari, corsi di IeFP e statali, anche come insegnante di sostegno. Non avendo troppe chance di stabilizzazione, ha deciso di seguire un percorso di specializzazione sul sostegno in Romania: ha ottenuto la certificazione “Adeverinta” di fine corso, che gli ha permesso di inoltrare la richiesta di riconoscimento della professione docente in Italia.

Dottoressa Chisari, come ha saputo che esisteva la possibilità di abilitarsi in Romania?

Tutto è iniziato dalla lettura di quegli annunci che propongono di insegnare all’estero. Dovendo cercare informazioni, ho aperto la pagina del Miur ed ho trovato l’elenco di docenti stranieri che, in Italia, hanno ottenuto il riconoscimento professionale di docente oltre a quello di due colleghi italiani che avendo ultimato gli studi all’estero avevano avuto il riconoscimento in Italia. Poi mi sono ulteriormente informata con un sindacato, dove mi hanno confermato la fattibilità.

Perchè ha preferito svolgere questo percorso alternativo, piuttosto che abilitarsi in Italia?

Dopo il conseguimento del Pas, sulla disciplina dell’area comune, nell’anno scolastico 2014/15 ho partecipato ai test d’ingresso per Tfa Sostegno, a Torino, dove mi trovavo per una supplenza su sostegno: ho totalizzato 20,50/30 punti, sul minimo di 21/30. Non sapendo con certezza quando sarebbe stato attivato il successivo Tfa Sostegno, ho pensato di seguirne uno all’estero.

Quanti soldi ha speso?

Consideri che l’ultimo Tfa, solo di tasse universitarie costava tra i 3.800 euro e i 4.000 euro. In questo caso ho dovuto sostenere gli ulteriori costi di per viaggi, vitto e alloggio, spostamenti in loco, baby sitter alla quale affidare i figli in mia assenza, per un totale di circa 8mila euro. Oltre al fallimento dell’aspettativa.

Quali documenti ha dovuto produrre per vedere accolta la sua domanda?

Tanti. Copie autenticate, con marche da bollo da 16 euro ciascuna, del diploma di maturità, di laurea e annesso piano di studi, con relative apostille della Prefettura. Inoltre, un certificato medico, l’estratto di nascita, foto tessere e curriculum vitae.

Che tipo di percorso formativo ha svolto?

Si tratta del Programma postuniversitario di Formazione e sviluppo professionale continuo dei professori itineranti e di sostegno per l’inclusione sociale ed educazionale delle persone con bisogni educativi speciali. È stato organizzato e svolto neldipartimento per la Formazione professionale e programmi operativi dell’università DemitrieCantemir di TirguMures.

Le lezioni sono state effettuatein prevalenza on line?

No, soprattutto in presenza e con orari pesanti: dalle ore 8.00 alle ore 20.00, con brevi pause per il pranzo.

Quante volte è stata in Romania?

Mi sono recata più volte in Romania in diverse occasioni, per un minimo di venti giorni per volta.

I costi per il viaggio e il soggiorno in Romania sono stati alti?

Queste tipologie di spese per l’Est-Europa, in genere, non sono molto elevate se confrontate con quelle verso altri Paesi europei a maggiore vocazione economica-turistica, ma hanno inciso comunque sul budget complessivo.

Gli esami sono stati difficili?

Discretamente impegnativi. Perché oltre alla formazione ricevuta in loco, nel tempo e per l’ambito di competenza, ho avuto modo di maturare una discreta esperienza: mi ha agevolato il fatto che avevo già lavorato nel ruolo di docente di sostegno e come volontaria nei centri di aggregazione locali dove c’è molta disabilità.

È soddisfatta del livello formativo raggiunto?

Si, i corsi sono organizzati molto bene. Ogni mattina ci veniva consegnato il materiale delle discipline, così da potere interagire durante le brevi lezioni frontali, alle quali partecipavamo in piccoli gruppi, per poi passare a momenti di approccio ad altre metodologie didattiche, quali  cooperative learning, circle time e molte altre.

Qualche candidato è stato bocciato?

No, che io sappia. Le metodologie didattiche messe in atto e la forte motivazione dei corsisti, così come ci viene suggerito da esperti e studiosi del settore, sono state vincenti al punto che non ci sono stati candidati vinti, ma solo vincitori.

La specializzazione le è stata riconosciuta?

No. Dagli ultimi riscontri telefonici, con gli uffici di competenza, a distanza di sei mesi dal termine del corso, al momento le pratiche non sono in lavorazione: un team di esperti sta valutano il “caso” e solo dopo inizierà la fase di valutazione delle singole pratiche.

Si senta lesa nei suoi diritti di cittadino europeo che studia in Europa?

Si, parecchio. Facciamo parte dell’Europa, siamo cittadini europei e poi di fatto a maggiori opportunità equivalgono maggiori inibizioni. Negli ultimi mesi, poi, mi sono ritrovata a documentarmi ulteriormente sulla questione: la Romania ha posto le proprie regole e l’Italia non vuole mettere in atto quelle imposte dall’Ue. I siti istituzionali di promozione dell’Unione Europea parlano di professioni regolamentate (docenti, medici, architetti), enti di tutela, Imi, Solvit e altri acronimi tecnici, ma nessuno al momento, anche dopo le richieste di intervento o di chiarimento, ha saputo dare una risposta chiara o ha fornito un contribuito.

Quindi non consiglierebbe ad un amico di abilitarsi attraverso questo percorso all’estero?

No, lo consiglierei comunque. Perché questa esperienza mi ha arricchita personalmente e professionalmente. Solo se il percorso non dovesse essere riconosciuto, sarò costretta a sconsigliarlo.

In Romania si recano laureati di vario genere: ognuno per abilitarsi all’esercizio della propria professione. Ne ha conosciuto qualcuno?

Sulla docenza, ne ho visti tantissimi e provenienti da tutte le parti d’Italia. Per le altre professioni, personalmente, non ho conosciuto nessuno. La cronaca nel passato ha parlato di medici e dentisti; presso l’Università Kore di Enna, si è discusso dell’iniziativa per l’avvio di corsi di laurea in medicina gemellati fra due poli universitari Italia-Romania, ma non ne conosco gli sviluppi.