Si è spento a 78 anni lo scrittore e drammaturgo Stefano Benni. Tra gli intellettuali italiani più apprezzati all’estero – tradotto in oltre 30 lingue – come confermato dalla famiglia lottava con un lunga malattia e da molto tempo non appariva in pubblico. Autore prolifico versatile, noto per la sua ironia, aveva conquistato il pubblico nel 1976 con la raccolta di racconti “Bar Sport”, edita da Mondadori, destinata a entrare nell’immaginario di generazioni di lettori.
Molto legato alla sua Bologna, Benni aveva consolidato il successo con i romanzi “Terra!” (1983), “La compagnia dei celestini” (1992) e “Saltatempo” (2001). All’impegno editoriale aveva affiancato anche quello televisivo, lavorando come autore di diverse trasmissioni. Tra le collaborazioni più significative, negli anni Ottanta, quella con Beppe Grillo. Negli anni successivi si era cimentato anche con il teatro, ottenendo un buon successo di critica e di pubblico.
Nel corso della sua carriera Benni aveva preso più volte posizione nel dibattito pubblico italiano, anche sui temi dell’istruzione. Nel 2015 aveva rifiutato il Premio Vittorio De Sica – uno dei più prestigiosi nel panorama culturale italiano – per protestare contro i tagli operati a suo dire dal governo Renzi nei confronti della scuola pubblica e della cultura in genere. Una decisione che aveva destato molto scalpore, motivata con una lettera aperta.
“Come i governi precedenti, questo governo (con l’opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l’ultima risorsa e la meno necessaria”, aveva scritto Benni. “Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all’estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare“.
“Mi piacerebbe che subito dopo l’evento il governo riflettesse se vuole continuare in questo clima di decreti distruttivi e improvvisati, privilegi intoccabili e processi alle opinioni“, aveva aggiunto lo scrittore. “Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici“, aveva concluso, “ma non quello dell’intelligenza“.
A commentare la morte dell’autore bolognese, in un post affidato ai social, è stato il figlio Niclas. “Una cosa che Stefano mi aveva detto più volte è che gli sarebbe piaciuto che la gente lo ricordasse leggendo ad alta voce i suoi racconti“, si legge nel post. Con una modalità particolare. “Come alcuni di voi sapranno, Stefano era molto affezionato al reading come forma artistica, lettura ad alta voce – spesso accompagnato da musicisti”.
Proprio questo, secondo il figlio, sarebbe il modo migliore per portare avanti l‘eredità artistica dello scrittore. “Se volete ricordarlo, vi invito in questi giorni a leggere le opere di Stefano che vi stanno più a cuore a chi vi sta vicino, ad amici, figli, amanti e parenti”, conclude il post. “Sono sicuro che, da lassù, vedere un esercito di lettori condividere il loro amore per ciò che ha creato gli strapperebbe sicuramente una gran risata“.