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Alunni stranieri: accoglierli va bene, ma purchè non siano troppi. Così la pensano in tanti

L’ECLISSI DELL’UGUAGLIANZA

Il fenomeno della segregazione scolastica nelle nostre città non è più un’ipotesi sociologica da dibattito accademico, ma una ferita aperta nel costato della democrazia che sanguina sotto i nostri occhi ogni mattina. Mentre il discorso pubblico si avvita su polemiche identitarie, i dati ci restituiscono la fotografia di un’Italia a due velocità, dove il diritto allo studio si infrange contro il muro invisibile dei “ghetti scolastici”. Non è solo una questione di percentuali di alunni stranieri; è la cronaca di una fuga della classe media che, disertando le scuole di quartiere, innesca un’implosione educativa che trasforma i plessi di periferia in isole di isolamento.

Siamo ancora capaci di guardare un bambino senza prima leggerne il certificato di residenza o lo stato di famiglia?

La nascita di queste classi separate rappresenta il fallimento della “comunità educante”. La scuola dovrebbe essere l’unico luogo in cui il destino di un minore non è già scritto nel suo codice postale. Invece, assistiamo a una cristallizzazione del privilegio. Quando una classe diventa un’enclave di fragilità, viene meno la dialettica del confronto: scompare quella ricchezza di stimoli e linguaggi che permette la crescita dell’individuo. Il danno non colpisce solo chi resta “dentro”, privato di modelli sociali variati, ma anche chi scappa, crescendo in bolle omogenee che non forniscono gli anticorpi necessari per affrontare una società globale.

Che tipo di cittadini stiamo crescendo, se la loro prima lezione di vita è che la diversità è un rischio da cui fuggire?

L’impatto è devastante. Il bambino che varca la soglia di una scuola percepita come “scarto” introietta un senso di inferiorità sistemica. È il cosiddetto “effetto Pigmalione” al negativo: se l’ambiente trasmette l’idea che quel luogo sia da evitare, gli studenti finiranno per aderire a quell’immagine di sé, abbassando le proprie aspirazioni. Si crea un trauma da esclusione che trasforma il potenziale creativo in un rancore sordo verso un’istituzione che parla di inclusione ma pratica l’abbandono. L’identità si costruisce per sottrazione, in un vuoto di riconoscimento che è terreno fertile per la devianza.

Quale valore diamo a un merito che non tiene conto della linea di partenza, ma premia solo chi ha corso in una corsia preferenziale?

Giuridicamente, siamo dinanzi a una violazione sistematica degli articoli 3 e 34 della Costituzione. L’uguaglianza sostanziale è un obbligo della Repubblica che deve “rimuovere gli ostacoli”. Permettere che si formino classi dove il disagio socio-economico supera la soglia della sostenibilità significa abdicare al dovere di garantire pari opportunità. Non si tratta di forzare integrazioni di facciata, ma di governare i flussi, investire in edilizia di qualità e potenziare l’organico con i docenti più esperti, impedendo che il “parental choice” diventi uno strumento di segregazione censitaria.

Può esistere una libertà di scelta individuale che giustifichi il sacrificio del diritto collettivo alla coesione sociale?

La soluzione richiede una rivoluzione di senso: rendere le scuole di periferia “scuole d’eccellenza per necessità”, poli di innovazione capaci di invertire la rotta della fuga. Se non agiamo ora con una visione integrata, condanneremo il Paese alla frammentazione. La scuola è l’ultimo baluardo; se accettiamo che esistano bambini “nostri” e bambini “altri”, avremo perso la nostra umanità. È tempo di smettere di guardare dall’altra parte mentre il futuro di migliaia di ragazzi viene archiviato in un’aula buia, lontano dal cuore di chi ha il potere di cambiare le cose.

Se non è la scuola a ricucire questi strappi, chi altro potrà mai farlo prima che diventino voragini incurabili?

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