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Aggiornato il 16.02.2026
alle 18:02

I ritardi della scuola italiana affondano le radici nella storia passata e risalgono agli inizi dello Stato unitario

A più di 150 anni dalla nascita dello stato unitario, i processi di formazione in atto nel Paese sono cambiati in modo significativi.

Nel 1861, all’indomani dell’Unità d’Italia, tre persone su quattro (75%) non sapevano né leggere né scrivere. Oggi, quella cifra è scesa sotto lo 0,5%, ma per eradicare completamente l’analfabetismo è stato necessario più di un secolo.
Questo lungo percorso viene raccontato e illustrato dall’Istat in un fascicoletto pubblicato di recente.

Le radici del ritardo e il divario territoriale

Nei primi decenni post-unitari, l’Italia registrava un tasso di analfabetismo (68,8% nel 1871) molto più elevato rispetto a paesi come la Francia (41%) o il Regno Unito (circa il 25%), dove l’istruzione pubblica era stata introdotta già nel XVIII secolo.
Oltre al ritardo internazionale, il Paese era spaccato da forti disuguaglianze interne.
Territoriali
Mentre in Piemonte gli analfabeti tra i 12 e i 19 anni erano scesi al 23,3% nel 1871, in quasi tutto il
Mezzogiorno l’incidenza superava ancora l’80%.
Di genere
Nel 1871, sapeva leggere circa il 40% degli uomini, ma meno di un quarto delle donne.

Le tappe della scolarizzazione

Il progresso è stato graduale, rallentato dal fatto che inizialmente l’onere dell’istruzione primaria ricadeva sui Comuni, spesso privi di risorse. Solo nel 1911, con la legge Daneo-Credaro, l’istruzione elementare passò sotto lo Stato.
Un dato curioso che testimonia la lentezza del processo è quello relativo ai matrimoni: ancora nel 1926, il 13,5% degli sposi non fu in grado di firmare l’atto di matrimonio perché analfabeta, un fenomeno scomparso solo a metà degli anni Sessanta. Per istruire gli adulti, furono fondamentali i corsi per i militari, le scuole popolari nel secondo dopoguerra e la celebre trasmissione Rai “Non è mai troppo tardi” (1960-1968), che raggiunse centinaia di migliaia di ascoltatori.

Se l’alfabetizzazione di base è stata lenta, la crescita dell’istruzione superiore è stata invece rapidissima.
Nel 1951, il 90% della popolazione aveva al massimo la licenza elementare.
Oggi, oltre metà della popolazione possiede almeno un diploma e quasi il 17% ha un titolo universitario.
Il numero dei laureati è passato dagli 8.000 annui del 1926 agli oltre 400.000 del 2024. Un cambiamento epocale riguarda la presenza femminile: la quota di laureate, appena il 15% nel 1926, ha superato stabilmente quella maschile a partire dal 1991.

Le sfide attuali e il confronto con l’Europa

Nonostante i grandi passi avanti, l’Italia presenta ancora delle criticità nel contesto europeo. Nel 2024, il Paese resta penultimo nell’UE per titoli terziari tra i 25-34enni e mantiene un’incidenza elevata di giovani poco istruiti (19,3%).
Persistono inoltre disparità regionali e di genere nelle discipline di studio.
I laureati nelle materie STEM (tecnico-scientifiche) sono circa la metà tra i maschi, ma poco più del 30% tra le femmine.
La percentuale di laureati tra i giovani supera il 35% in diverse regioni del Centro-Nord, ma scende sotto il 25% in Puglia e Sicilia.
L’orientamento degli studi è cambiato drasticamente: le lauree in giurisprudenza sono crollate dal 20% al 6% totale in un secolo, a favore di ambiti economico-statistici, politico-sociali e delle scienze umane

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