Uno studente neo diplomato ha deciso di scrivere una lettera per lamentarsi del sistema scolastico. La missiva è stata pubblicata da Skuola.net ed è indirizzata al suo dirigente scolastico e al Ministero dell’Istruzione e del Merito, “affinché nessun altro studente debba più sentirsi ‘sprecato’ come mi sento io oggi”.
Ecco il testo della lettera: “Arrivato ormai alla fine di questo percorso quinquennale, sento il bisogno di mettere nero su bianco tutta l’amarezza e la profonda insoddisfazione che porto con me per quanto vissuto in questo istituto. Non vi scrivo per una semplice lamentela, ma per testimoniare quello che per me è stato un vero e proprio fallimento educativo. In questi cinque anni, la scuola ha mancato il suo obiettivo primario: non ha saputo formarmi, né ispirarmi, né valorizzare chi ero e chi sono. L’unica, vera eccezione – l’unica costante umana e culturale positiva di tutto il mio percorso – è stata la mia docente di Italiano e Storia. È stata una guida e una protezione preziosa, ma purtroppo nemmeno la sua dedizione è riuscita a compensare un sistema che, per tutto il resto, ci ha lasciati completamente soli.
Penso innanzitutto alla discontinuità didattica: il continuo cambio di docenti, specie nel triennio di specializzazione, ci ha impedito di costruire un metodo di studio solido. Troppo spesso abbiamo avuto davanti persone che vivevano il proprio ruolo come un semplice impegno burocratico, senza slancio, senza curiosità e, soprattutto, senza la volontà di trasmetterci la passione per l’indirizzo di Telecomunicazioni che stavamo studiando.
A questo si aggiunge il problema dell’iniquità valutativa: è avvilente vedere come il merito sia stato sistematicamente ignorato. Abbiamo visto premiare chi ha sempre scelto la via della minor resistenza, mentre chi si impegnava con serietà veniva costantemente sottovalutato. Anche durante le prove scritte, i voti che ho ricevuto non hanno mai rispecchiato le mie reali capacità, ma sono stati il frutto di una gestione didattica che, anziché sostenere lo sforzo degli studenti, lo ha penalizzato.
Non solo: in quest’ultimo anno il confronto è diventato quasi doloroso. Guardando altri indirizzi del nostro stesso istituto, come il linguistico, è evidente una disparità di trattamento inaccettabile. Ho visto i miei coetanei crescere, trasformarsi e ottenere i risultati che meritavano grazie a un percorso curato. Al contrario, il nostro indirizzo è stato trattato con disinteresse, lasciandoci in uno stato di scoraggiamento costante.
Nonostante questo scenario desolante, c’è una cosa che porto con me e che intendo tenere stretta: l’amicizia profonda con i miei compagni. È stata il nostro unico baluardo contro il vuoto didattico. La consapevolezza di aver raggiunto una vera ‘maturità’ umana insieme, dandoci forza a vicenda quando il sistema ci buttava giù, è l’unica vera eredità di questi cinque anni. Siamo cresciuti imparando a contare gli uni sugli altri, creando un legame che nessuna carenza scolastica potrà mai scalfire.
Tuttavia, scrivo anche per rivolgermi agli altri studenti d’Italia che vivono situazioni analoghe. Se vi trovate nel mio stesso scenario, vi esorto a non tacere. Parlatene, sollevate i problemi, denunciate le inefficienze e pretendete di essere ascoltati. Il silenzio non aiuta nessuno; anzi, alimenta il degrado dell’istruzione. Io ho commesso l’errore di aspettare troppo, ma spero davvero che la nuova generazione sia più coraggiosa di me e sappia alzare la voce fin da subito.
Per me, la scuola non lascia alcuna eredità professionale o culturale, se non la consapevolezza di aver subito una gestione fallimentare. Finire questo percorso con una sensazione di vergogna per un risultato che non sento mio è, a mio parere, una sconfitta per l’istituzione stessa. È doloroso pensare che, con una guida adeguata, avrei potuto guardare al futuro con basi ben diverse. Spero che questa mia testimonianza sia un monito: una scuola che non educa, che non premia l’impegno e che non protegge il valore umano dei suoi studenti, sta tradendo la sua missione costituzionale.
Chiedo che questo messaggio non venga archiviato in un cassetto, ma che diventi spunto per una reale riflessione sul futuro di questo istituto, affinché nessun altro studente debba più sentirsi ‘sprecato’ come mi sento io oggi”.
“Vogliamo l’abolizione di una pratica che sempre di più si dimostra essere un semplice retaggio del passato piuttosto che un vero strumento educativo - questo quanto aveva detto Bianca Piergentili, Coordinatrice Regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio durante i giorni della maturità – sono anni che denunciamo come l’attuale maturità non risponda alle reali esigenze della comunità studentesca, ignorando un percorso che dura anni”
Per questo l’esame di stato, secondo gli studenti, non ha piu senso di esistere: “Abbiamo bisogno di una scuola che ci formi, ci accresca e ci renda cittadini consapevoli del futuro. Oggi questo la scuola non è in grado di farlo e, invece di mettersi in discussione rimane ferma a cent’anni fa” conclude Piergentili.
“Non possiamo ignorare il tema della salute mentale. L’ultimo mese prima della maturità è spesso caratterizzato da carichi di studio eccessivi, ansia e forte pressione sociale. È necessario che le istituzioni riconoscano il benessere psicologico degli studenti come una priorità e intervengano concretamente per costruire una scuola che non produca disagio ma che favorisca la crescita delle persone”.
“Noi rivendichiamo un altro modello di scuola e, di conseguenza, un altro modello di valutazione. Crediamo che sia necessario aprire una discussione sul superamento dell’attuale Maturità, costruendo strumenti che valorizzino realmente il percorso formativo degli studenti durante tutto il quinquennio. L’obiettivo deve essere una scuola che accompagni e formi, non che giudichi attraverso una singola prova finale”, ha aggiunto Angela Verdecchia, Coordinatrice Nazionale della Rete degli Studenti Medi.