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Ancora alto il rischio disoccupazione per i giovani.

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L’Italia sta uscendo molto lentamente dalla crisi e anche quest’anno l’allarme disoccupazione è molto preoccupante, soprattutto al Sud, con un progressivo aumento dei giovani che non studiano e non lavorano.

Questo è il quadro che emerge dalla lettura del Rapporto presentato il 14 luglio 2011 dal CNEL (www.cnel.it) sul “Mercato del lavoro 2010-2011”.
Il rischio disoccupazione riguarda soprattutto i giovani: data la maggior probabilità di essere occupati con le tipologie contrattuali più flessibili, non stupisce, infatti, che siano loro i primi a farne le spese. Inoltre, rispetto alle vecchie generazioni, i giovani si trovano oggi ad affrontare un insieme di sfide nel percorso di transizione scuola-lavoro, con l’aggravante della mancanza di esperienza professionale, la non rispondenza delle competenze con quelle richieste dal mercato e, per alcuni di essi, un basso livello di qualifiche.
In questo contesto, si aggrava anche il fenomeno dei Neet (not in education or training nor in employment), cioè coloro che risultano fuori dal mercato del lavoro e che non sono impegnati in un processo di formazione. Prima della crisi il tasso di Neet si aggirava attorno al 16 % tra la popolazione più giovane (16-24 anni) e al 24 % per i giovani adulti (25-30 anni). Ora tali percentuali sono rapidamente aumentate, salendo rispettivamente al 18.6 e al 28.8 % nel terzo trimestre del 2010. C’è anche da aggiungere che con la crisi la condizione di Neet è diventata anche più duratura, considerato che la probabilità di un giovane di restare nella condizione di Neet (sia esso disoccupato o inattivo) è aumentata.
Come nelle maggiori economie europee, anche in Italia nel 2010 si è verificata una riduzione dell’incidenza dei lavoratori con titoli di studiopiù bassi: mentre infatti gli occupati laureati sono cresciuti di numero (+286 mila persone tra il 2007 e il 2010), gli occupati con titoli di studio modesti (licenza elementare o al massimo il diploma di scuola media inferiore) si sono invece ridotti (887 mila lavoratori in meno nello stesso periodo).
Ma non sempre il possesso di una laurea garantisce l’accesso a professionipiù qualificate. Un dato preoccupante degli ultimi anni è rappresentato, infatti, dall’aumento del numero di lavoratori impiegati in mansioni che richiedono competenze inferiori a quelle acquisite nel corso della formazione: in Italia è in crescita il fenomeno del sottoinquadramento, con l’aumento dei laureati disposti ad accettare lavori che richiedono livelli d’istruzione più bassi.
Seppur complessivamente avere un titolo di istruzione universitario garantisca una maggiore probabilità di ricoprire un posto migliore, è anche vero che in Italia solo poco più di un terzo dei 25-34enni laureati si trova occupato in professioni intellettuali e dirigenziali (ossia quelle altamente qualificate). La percentuale aumenta progressivamente al crescere dell’età, denotando le maggiori difficoltà dei laureati più giovani a raggiungere le posizioni più qualificate e confermando, quindi, una caratteristica tutta italiana: gran parte delle posizioni più qualificate si raggiungono più per l’anzianità di servizio che non per le competenze acquisite nel sistema educativo, indicando peraltro l’incapacità del sistema produttivo di selezionare sulla base del merito.