Breaking News
Aggiornato il 08.01.2026
alle 09:48

Anniversario Pippo Fava, il giornalista ucciso dalla mafia

Il 5 gennaio 2026 ricorre l’anniversario dell’uccisione di Giuseppe “Pippo” Fava, giornalista siciliano assassinato dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984. A oltre quarant’anni di distanza, la sua figura resta legata al giornalismo d’inchiesta e alla denuncia dei rapporti tra criminalità organizzata, politica e imprenditoria. Fava fu ucciso mentre si recava al Teatro Stabile di Catania: venne colpito da cinque colpi di pistola. Le sentenze hanno accertato la matrice mafiosa del delitto, collegandolo direttamente alle inchieste da lui condotte.

Il lavoro giornalistico

Nato a Palazzolo Acreide nel 1925, Fava fu giornalista, scrittore e drammaturgo. Negli anni Settanta e Ottanta si distinse per un’attività giornalistica concentrata sulla mafia catanese, analizzata come sistema di potere economico. Nel 1983 fondò e diresse la rivista I Siciliani, che divenne uno spazio di informazione indipendente e un laboratorio per giovani cronisti. Tra le sue inchieste più note vi è quella sui cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, imprenditori catanesi indicati come simbolo dell’intreccio tra affari e criminalità organizzata. Le sue denunce gli procurarono isolamento e pressioni, ma Fava continuò a pubblicare senza interrompere il proprio lavoro.

Il rapporto con i giovani

Un aspetto centrale dell’attività di Fava fu il rapporto con i giovani, coinvolti direttamente nel lavoro redazionale e nella riflessione sui temi della legalità. A ricordarlo è Francesca Andreozzi, nipote del giornalista e presidente della Fondazione Fava, intervistata da La Tecnica della Scuola: “Un uomo che ha scelto di fare il suo lavoro con la schiena dritta, senza scendere a compromessi, per il bene della comunità. Un insegnamento valido per i giovani, qualunque sia il lavoro che sceglieranno”. Secondo Andreozzi, Fava “spiegava l’origine della mafia e restituiva ai giovani la responsabilità di impegnarsi per contrastarla”. Sui modelli educativi attuali aggiunge: “Sono gli adulti che devono essere un buon esempio. I social esistono, ma è necessario capire i bisogni dei ragazzi e ciò che cercano”.

GUARDA L’INTERVISTA

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate