Nei giorni scorsi il ministro Valditara ha dichiarato che vorrebbe attivare iniziative di formazione per i docenti in modo da metterli in grado di usa tecniche di peer tutoring nelle loro classi.
Bisogna dire che l’insegnamento “peer to peer” ha una storia antichissima ed ha origine probabilmente proprio con la nascita delle prime scuole vere e proprie.
Quando i maestri doveva insegnare a decine e decine di alunni nacque anche l’idea di far svolgere ai migliori studenti il ruolo di “tutor” nei confronti di tutti gli altri.
In tempi più recenti, il metodo veniva usato fin dagli anni 60 a Barbiana, nella scuola di Don Milani e cioè in quella scuola che, molto spesso, viene chiamata in causa dal Ministro (e non solo da lui) per spiegare le ragioni dei molti guasti del nostro sistema scolastico.
Ne parliamo con Edoardo Martinelli che è stato uno degli allievi di Don Milani, negli anni ’60.
Cosa ne pensa di questa idea del Ministro?
Per la verità io mi domando se il ministro abbia letto Lettera a una professoressa e il tanto materiale che ormai la didattica attiva ha prodotto da Canevaro a Mario Lodi e Gianfranco Zavalloni per parlare soltanto di quelle figure che hanno insieme a me ha spesso strutturato laboratori all’interno delle scuole.
In questi laboratori abbiamo sempre mostra in che modo l’apprendimento cooperativo si basi necessariamente sull’aiuto reciproco. A Barbiana questa era un’attività quotidiana che veniva svolta quando si avvertiva che qualcuno di noi aveva delle difficoltà negli apprendimenti.
Negli anni della sua frequenza a Barbiana le è capitato di avere come maestri altri suoi compagni o di fare lei stesso da maestro per i meno bravi o per i più piccoli?
Io, appena arrivato a Barbiana, fui affidato in qualche modo a Luciano che studiava per diventare maestro. Nel nostro rapporto era ovvio che ci fossero delle differenze, non solo per età (credo che lui avesse 2 anni più di me); avevamo anche competenze e preparazioni diverse e questo lo si vedeva quando alla sera, dopo le attività collegiali come per esempio la lettura del giornale e le grandi discusssioni, ci dividevamo in gruppi.
Io spesso lavoravo con Luciano per essere aiutato da lui nell’apprendimento dell’inglese, perché quell’anno avevamo deciso di andare in Inghilterra nell’estate e lui era già preparato; io però lo aiutavo nello studio del latino.
E quindi poteva essere normale che anche un ragazzino meno bravo oppure addirittura con delle difficoltà facesse da maestro nei confronti degli altri, magari su un tema specifico, su un argomento particolare sul quale lui era in qualche modo esperto.
Proprio così; molto spesso, don Milani metteva in cattedra tutti coloro che su un determinato argomento avevano vissuto esperienze dirette.
Ricordo benissimo quando don Milani per far vivere ai ragazzi che cos’era stata la guerra di trincea mise in cattedra il vecchio Beppe che raccontò che cosa gli era successo quando è gli arrivò la cartolina e quando lo ubriacavano per farlo andare all’assalto. Fu una cosa emotiva che coinvolse tutto il gruppo.
Ha un episodio particolare da raccontarci per aiutarci a comprendere meglio come davvero si studiava e si faceva esperienza?
Ad un certo punto Don Milani mi propose di andare in Inghilterra dove il trovai lavoro e casa e così ebbi la possibilità di ospitare Luciano e Mauro.
Ma noi continuavamo ad essere strettamente legati a Barbiana perché ci arrivò l’incarico di ricercare come avveniva la dispersione scolastica in Inghilterra. Ecco, noi avevamo imparato che si studia anche per mettere a disposizione della propria comunità le conoscenze acquisite.