Il caso dei “bambini nel bosco” di cui le cronache si stanno occupando da qualche giorno è davvero complesso da raccontare e commentare, anche se ormai sulla vicenda si sono pronunciati in tanti, a favore o contro.
Le questioni controverse sono tante e tutte difficili da affrontare per i risvolti sociali, umani, etici e giudiziari.
Proviamo a mettere ordine.
Partiamo dall’inizio: c’è una famiglia con tre bambini che ad un certo punto decide di andare ad abitare in un casolare in mezzo al bosco privo di ogni comfort: non ci sono né corrente elettrica e acqua corrente e neppure servizi igienici.
I due genitori coltivano un piccolo appezzamento di terreno da cui ricavano prodotti che servono per la sopravvivenza quotidiana.
I bambini vengono vaccinati, la madre svolge un lavoro di consulenza che le consente una modesta entrata necessaria l’acquisto di ciò che la terra non produce.
Primo problema: è legittimo che due adulti decidano per i loro figli un modello di vita così lontano dalle consuetudini e dai canoni della “normalità”?
Fin dove si può spingere la libertà delle famiglie di decidere come educare i propri figli?
Loro dicono che in realtà sono una bella famiglia unita e felice e che ai bambini piace vivere a contatto della natura e degli animali che allevano.
Ma c’è un dubbio: quando saranno un po’ più grandi e “scopriranno” il mondo che c’è fuori dal bosco saranno ancora felici o chiederanno conto ai loro genitori del motivo per cui non hanno potuto frequentare un campetto di calcio?
Ed è qui che sorge un altro problema: i bambini non frequentano una scuola pubblica, ma seguono la “scuola parentale”, come peraltro consentito dalla legge; ogni anno i genitori comunicato alla scuola territorialmente competente che i loro figli studieranno a casa, la scuola li autorizza e a fine anno i bambini sostengono un esame.
Domanda: ma siamo sicuri che per crescere sia sufficiente imparare a leggere e scrivere, a sapere un po’ di storia o di geografia e essere capaci di calcolare l’area del trapezio?
Non c’è forse anche bisogno di imparare a relazionarsi con gli altri?
Il problema se lo è posto anche il Tribunale dell’Aquila che ha deciso che i bambini non possono continuare a vivere in quelle condizioni e ne ha disposto l’allontanamento dal nucleo familiare.
Ovviamente l’avvocato della famiglia ha già detto che presenterà ricorso e sulla decisione dei giudici si sta scatenando una vera e propria battaglia anche politica: è “sceso in campo” persino il ministro Matteo Salvini a difesa della famiglia e della legittimità delle scelte dei due genitori.
I giudici parlano del “preminente interesse dei minori” e tirano in ballo anche la dichiarazione dei diritti dell’infanzia, ma c’è chi non ci sta e sostiene che se i bambini sono felici in mezzo al bosco non bisogna preoccuparsi più di tanto.
Ma i toni dello scontro aumentano di ora in ora, tanto che i sostenitori della “libertà di educazione nel bosco” si stanno già organizzando per una manifestazione di protesta in programma per il prossimo 6 dicembre: è in corso una raccolta di firme che ha superato le centomila adesioni (c’è da pensare che si tratti in larga misura di “civilizzati pentiti” che – seppure con qualche senso di colpa – vivono in confortevoli alloggi dotati di riscaldamento o aria condizionata e che accompagnano i propri figli a scuola con l’ultimo modello di una comoda monovolume). Insomma, come si vede, il problema è complesso e controverso e non è facile stabilire da quale parte stia la ragione.
Volendo semplificare il problema, dovremmo concludere che, se vale la logica secondo cui è la famiglia che decide (educazione parentale, educazione sessuale e così via) nessuno può dire nulla su questa famiglia.
Ma se invece una società deve assumersi il compito di garantire ad ogni bambino i diritti universali dei bambini (proclamati a Roma poco meno di 40 anni fa) allora è doveroso che la società intervenga magari trovando di volta in volta la mediazione necessaria.