“Ferma censura” per un vicenda che “non può essere liquidata come un inconveniente burocratico“. Non usa mezzi termini l Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (Cnddu) per commentare la vicenda della bambina di nove anni che, a Taranto, non ha potuto usufruire della refezione scolastica a causa di una morosità attribuita alla famiglia. “Un episodio che impone una valutazione rigorosa delle responsabilità amministrative”, scrive il coordinamento in una nota, “e delle modalità con cui vengono gestiti i servizi scolastici, soprattutto quando le decisioni relative ai pagamenti ricadono direttamente sugli alunni“.
Come riportato anche dalla Tecnica della Scuola, la famiglia avrebbe contestato un arretrato inizialmente quantificato in circa 12 euro, mentre l’amministrazione comunale ha successivamente indicato un importo superiore, pari a circa 38 euro, sostenendo che la posizione debitoria fosse stata comunicata in precedenza. “Si tratta di circostanze che richiedono un accertamento documentale puntuale”, prosegue il Coordinamento. “Resta tuttavia un dato sostanziale: una bambina iscritta a una scuola a tempo pieno è stata costretta a interrompere la normale partecipazione al momento del pranzo per una controversia economica tra adulti e amministrazione“.
“La questione non può essere liquidata come un inconveniente burocratico né giustificata attraverso il richiamo alla regolarità dei versamenti effettuati dalle altre famiglie”, ribadisce il Cnddu. “La correttezza contributiva deve essere garantita con strumenti di riscossione appropriati, non attraverso misure che incidono sulla quotidianità scolastica dei minori. Un’amministrazione efficiente non è quella che riesce a bloccare un pasto per poche decine di euro, ma quella che sa recuperare i crediti senza produrre conseguenze sproporzionate rispetto all’entità della morosità. Particolarmente discutibile appare una gestione che, anziché prevenire il problema attraverso interlocuzioni tempestive e procedure di regolarizzazione, finisce per trasferire sulla scuola e sulla famiglia l’onere di organizzare l’uscita e il successivo rientro dell’alunna. Anche qualora le comunicazioni di pagamento risultassero regolari, ciò non basterebbe a rendere pedagogicamente accettabile una simile soluzione. Il rispetto delle procedure non esaurisce la responsabilità di valutarne gli effetti“.
Il Cnddu chiede pertanto al Comune di Taranto “l’immediato ripristino della regolare fruizione della mensa, la verifica della sequenza degli atti amministrativi e l’individuazione delle responsabilità decisionali. Propone inoltre l’istituzione di un fondo comunale di garanzia per la continuità della refezione scolastica, con una dotazione iniziale di 50mila euro annui, da finanziare attraverso un’apposita previsione di bilancio e da adeguare sulla base delle effettive necessità. Il fondo dovrebbe coprire temporaneamente i pasti degli alunni interessati da morosità, consentendo agli uffici di procedere separatamente al recupero delle somme dovute, con verifiche sulle condizioni economiche e possibilità di rateizzazione”.
“Non si tratta di introdurre un’esenzione generalizzata dai pagamenti“, precisano dal coordinamento, “ma di evitare che il recupero di crediti di modesta entità generi costi educativi, organizzativi e sociali ben superiori alle somme contestate. Una pubblica amministrazione deve saper distinguere tra fermezza nella gestione delle risorse e rigidità nell’applicazione delle procedure. Quando per riscuotere poche decine di euro si altera la giornata scolastica di una bambina, il problema non è soltanto il debito: è la qualità della decisione amministrativa. Su questo terreno”, concludono, “il Comune di Taranto è chiamato a fornire risposte verificabili, non semplici rassicurazioni”.