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Aggiornato il 29.12.2025
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Crocifisso in classe? Meloni, Tajani e Salvini: toglierlo significa sottomettersi agli altri. Ma per la Corte Ue diritti dell’uomo non è un atto dovuto

“A volte non ci troviamo sempre d’accordo con Giorgia e Matteo su alcune questioni, ma quando si vuole essere accoglienti lo si è quando si ha il coraggio di dire chi si è. Togliere i crocifissi dalle scuole significa sottomettersi ad altri che poi ci imporranno la loro regola. Più si è identitari e più si può dialogare con gli altri”. Queste parole sono state pronunciate da Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, qualche giorno prima di Natale sul palco di Atreju, per ricordare che su certi temi, come la presenza del simbolo della religione cristiana nelle classi scolastiche, la cui introduzione si deve ad un regio decreto del 1924, non c’è alcun pensiero divergente. Anzi.

Quella di mantenere o togliere i crocifissi dalle aule scolastiche è una diatriba annosa e divisiva, che ogni tanto torna in auge. Senza però alcun passo avanti, né risposte decisive o, meglio ancora, di tipo legislativo e in grado di fornire adeguate soluzioni per dirimere la questione.

Un anno e mezzo fa, in piena campagna elettorale in vista delle elezioni europee, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni disse apertamente che “non possiamo rimanere in silenzio di fronte a chi, nelle nostre scuole e nelle nostre Università, insegna l’odio verso la nostra civiltà. Non accettiamo lezioni da chi invoca la chiusura delle scuole per il Ramadan mentre chiede di togliere il crocifisso dalle scuole”.

Sul finire del 2023, per rimanere all’attuale Governo, fece un certo scalpore la notizia della rimozione improvvisa, attuata dalla dirigente scolastica di una scuola del modenese, a Carpi, di tutti i crocifissi dalle aule della scuola da lei diretta: diversi docenti e genitori si dichiararono in disaccordo con la decisione, lamentandosi anche perché non sarebbero stati neanche informati.

In quell’occasione, anche il vicepremier Matteo Salvini disse la sua, sostenendo che “la priorità di questa ‘preside’” sarebbe stata quella di “strappare i Crocifissi da tutte le aule scolastiche. Professori e genitori increduli, io con loro”, sottolineò il leghista.

Nel settembre del 2023, è stata presentata una proposta di legge, a prima firma della bresciana Simona Bordonali, della Lega, che prevedeva l’obbligo di esporre il crocifisso “in luogo elevato e ben visibile” in tutte le scuole, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle carceri italiane, negli ospedali, nelle stazioni, nei porti e negli aeroporti.

Una proposta, c’era scritto nel testo, che chiedeva di salvaguardare l’immagine del Cristo, perché rappresenta  “un valore universale della civiltà e della cultura cristiana, riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia”.

Il testo di legge, articolato in 5 articoli sottolineava, tra le finalità della norma (art.2), quella di “testimoniare, facendone conoscere i simboli, il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana”.

Il pdl prevedeva anche sanzioni, da comminare a chiunque avrebbe rimosso “in odio ad esso l’emblema della Croce o del Crocifisso dal pubblico ufficio nel quale sia esposto o lo vilipende” che dovrà essere “punito con l’ammenda da 500 a 1.000 euro”. Una pena prevista anche per “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che rifiuti di esporre nel luogo d’ufficio l’emblema della Croce o del Crocifisso”.

Del progetto di legge, tuttavia, si sono perse le tracce. Mentre ha lasciato il segno, sicuramente, la sentenza delle sezioni unite civili della Corte di Cassazione di quattro anni fa che sull’esposizione del Crocefisso in classe espresse un parere sostanzialmente positivo, spiegando che può legittimamente essere esposto “allorquando la comunità scolastica valuti e decida in autonomia di esporlo”, senza però obblighi, “nel rispetto e nella salvaguardia delle convinzioni di tutti, affiancando al crocifisso, in caso di richiesta, gli altri simboli delle fedi religiose presenti all’interno della stessa comunità scolastica”.

Una sentenza, quella della Suprema Corte, che dava torto anche al dirigente scolastico di un istituto professione di Terni, che (negli anni 2008 e 2009) aderendo alla decisione presa a maggioranza dall’assemblea degli studenti di una terza classe, aveva ordinato l’esposizione del crocifisso in un’aula scolastica – contro il volere del docente – senza cercare un “ragionevole accomodamento” con la posizione manifestata da un professore dissenziente che, durante le sue lezioni, rimuoveva sistematicamente la croce, reclamando il rispetto della propria libertà di insegnamento e di religione. 

E infatti, Franco Coppoli, il protagonista di quella lunga vicenda, a sua volta commento: Una sentenza importante che finalmente annulla la sanzione disciplinare e definisce illegittimi l’ordine di servizio e la circolare del dirigente scolastico che imponevano il crocefisso in classe. Una lunga battaglia civile – in cui l’Uaar è stata fondamentale e che ringrazio insieme agli avvocati – che ha portato di un passo avanti la laicità dello stato e la libertà di coscienza nel nostro paese“.

A distanza di oltre 15 anni, però, la presenza dei crocefissi in centinaia di migliaia di scolastiche continua a non essere scalfita e nemmeno messa in dubbio.

Neanche la Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo, nel 2011, fece integralmente chiarezza: accogliendo un ricorso dell’Italia e ribaltando una sentenza di segno opposto della stessa Corte europea sostenne che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, non avendo il Parlamento approvato una legge, sempre prevista da un regio decreto del 1924, ma non è più un atto dovuto, non essendo consentito dalla Costituzione imporne la presenza. 

Il non-obbligo, tuttavia, non si dovrebbe tradurre in un divieto di esposizione del crocifisso: il crocifisso, pertanto, può legittimamente essere esposto “allorquando la comunità scolastica valuti e decida in autonomia di esporlo, nel rispetto e nella salvaguardia delle convinzioni di tutti”. Una posizione, quella della Corte europea, che ritroviamo in diverse sentenze successive.

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