Home I lettori ci scrivono Blocco contrattuale: due anni, quattro mesi e quindici giorni

Blocco contrattuale: due anni, quattro mesi e quindici giorni

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I nostri governanti non rispettano la sentenza della Corte Costituzionale e ci tolgono ciò che ci spetta.

Il 24 giugno del 2015 la Corte Costituzionale dichiarava illegittimo il blocco prolungato dei contratti del Pubblico impiego. La stessa sentenza salvava il governo Renzi dal rimborso di quanto i lavoratori pubblici avevano perso nel quinquennio decorrente dal 1 gennaio 2015; secondo l’Avvocatura dello Stato risarcire per quel “congelamento” stipendiale i lavoratori pubblici sarebbe costato almeno 35 miliardi di euro. Cifra ben lontana da quella presente, per il rinnovo, nella Legge di Stabilità del 2016, 300 (trecento)  milioni di euro.

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La vergognosa “intesa” sottoscritta dai sindacati “maggiormente rappresentativi” prima del referendum del 4 dicembre 2016 proponeva, per il nuovo contratto, la sciocchezza di 85 euro lordi, medi  e distribuiti a “piramide rovesciata” (chi guadagna di più prenderà di meno nel rinnovo contrattuale).    

E per quest’anno? Riporto da un articolo di Zunino sul sito di Repubblica: “Per il rinnovo 2016-2018 dei contratti di un milione e 191 mila tra docenti e amministrativi della scuola il costo a regime è indicato in 674,98 milioni di euro. Il 41 per cento dei docenti – 320 mila – guadagna meno di 25mila euro lordi l’anno e quindi, oggi, incassa il bonus mensile da 80 euro concesso da Matteo Renzi in apertura di legislatura. Con l’aumento previsto, questa larga area di docenti perderebbe il bonus: riceverebbe 85 euro per l’aumento in busta paga, ne perderebbe 80. Una beffa”.

Conclusione: i lavoratori del pubblico impiego sono presi in giro non soltanto da chi li governa ma anche (cosa ben più grave) dai sindacati che, sedendo al tavolo delle trattative, dovrebbero rifiutare sdegnati oltraggi a coloro che rappresentano. È ora di smetterla con l’idea che chi ha un lavoro stabile sia un privilegiato; questo malinteso senso di colpa ha portato intere masse di lavoratori stabili ma sottopagati a mettere da canto ogni forma di protesta, dando così origine ad un evidente fenomeno di scivolamento verso il basso di tutto il lavoro dipendente. Meno protestano i “garantiti” più i “non garantiti” patiranno; non è un’ipotesi ma un dato di fatto emerso con chiarezza nell’ultimo quarto di secolo. È ora di dire, ad una classe politica ottusa e serva (non certo del popolo sovrano) che non si può mantener fede alla scellerata nuova formulazione dell’art. 81 della Costituzione usando i lavoratori dipendenti e, nella fattispecie, i lavoratori del settore pubblico, quasi fossero un salvadanaio senza fondo, facendo, alla fine, ricadere su di loro la mitica realizzazione del “pareggio di bilancio”.

Ricominciamo a discutere nei nostri luoghi di lavoro, costruiamo piattaforme rivendicative, elaboriamo giuste critiche alle quattro “riforme” che in poco più di quindici anni hanno stravolto la scuola italiana, battiamoci contro l’immorale aumento dell’età pensionabile e denunciamone gli effetti reali. Neghiamo consenso elettorale ai partiti che non hanno tenuto conto (e non terranno conto) delle nostre legittime esigenze.

Possiamo e dobbiamo contare sulle nostre forze; ed è un paradosso che l’uso “sociale” di Internet sia ridotto troppo spesso ad intrattenimento, mentre potrebbe aggregare e rendere solidali nella protesta (non su Internet, ma nel mondo reale) intere schiere di individui.

Giovanna Lo Presti – CUB Scuola Università Ricerca