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Chi disprezza gli insegnanti si è mai misurato con i problemi veri che la tormentano?

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Ci sono ex ministri, sottosegretari e onorevoli che hanno improvvisamente scoperto il valore della «meritocrazia». Costoro non sembrano però avere contezza del fatto che se in Italia vigesse effettivamente un tale sistema di valutazione e valorizzazione degli individui forse loro stessi, per primi, non dovrebbero ricoprire il posto che ricoprono.

Mi riferisco a certi attori e attrici della politica di ultima generazione, che spesso sentiamo cinguettare e balbettare sui social, con saccenteria e arroganza; manifestare il loro astio contro i precari della scuola pubblica, contro chi per anni si è prodigato nello svolgimento dell’attività di insegnante mantenendo in vita un sistema scolastico incancrenito.

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Ma questa gente che continua a disprezzare la categoria degli insegnanti precari e che dice addirittura di provenire dal mondo della scuola, si è mai concretamente misurata con i problemi veri che la tormentano, ha mai esperito il significato vero dell’essere insegnante?

Resta comunque il dubbio che costoro, dall’alto della loro noiosa e ostentata erudizione, siano effettivamente in grado di calarsi nel mondo della scuola, affiancare e sostenere i giovani nei loro bisogni educativi, farsi interpreti delle loro ansie e delle loro debolezze, sollecitare il loro interesse verso la disciplina anche quando l’interesse, come in questi tempi di pandemia, è sopraffatto dalla stanchezza, sopito da un incontenibile e inappagato desiderio di libertà e di contatto umano.

Questo significa essere insegnanti, dare dignità alla vera scuola dell’inclusione e in questo i precari hanno svolto egregiamente il loro compito. Non riconoscerlo e non voler dare continuità a tutto questo, significa andare contro ogni principio di moralità e di democrazia; significa calpestare i loro diritti e la loro dignità arrogandosi il privilegio di parlare, giudicare, agire senza cognizione di causa.

Nessun precario chiede oggi di legittimare un’anomalia attraverso quella che, nell’uso improprio del termine, viene definita una «sanatoria». Ciò che i precari della scuola pubblica chiedono è il riconoscimento di una competenza acquisita sul campo e di un diritto al lavoro sancito dalla Costituzione e dalla Direttiva UE 70/1999. La mancata legittimazione di tale diritto costituisce motivo di risentimento che il mondo del precariato può e deve manifestare con determinazione, con e senza il sostegno delle forze sindacali.

Si continua a parlare di concorsi pubblici nel rispetto della Costituzione, ma non si dice a quale tipo di concorso dovrebbe partecipare un precario che ha insegnato per dieci, quindici o venti anni e, soprattutto, da chi dovrebbe essere giudicato per avere accesso definitivo al mondo della scuola. D’altro canto qualcuno è in grado di dimostrare, onestamente e razionalmente, che in Italia i concorsi pubblici sono serviti storicamente a selezionare il merito? O c’è chi è convinto che i docenti della scuola pubblica possano costituire un’eccezione?

Quello che ci auguriamo è che alla fine il buonsenso prevalga sulle beghe personali e di partito e che a decidere sulle questioni importanti siano le persone competenti e non le «mezze calzette» che dall’oggi al domani e senza esperienza pregressa, si sono ritrovati a capo di uffici ministeriali e all’apice della carriera politica. Confidiamo pertanto nel buon senso del presidente del Consiglio e nell’attuale ministro dell’Istruzione che – volendo – sapranno come operare la tanto sospirata inversione di rotta, affinché la nave di Viale Trastevere non vada a sbattere contro l’iceberg della presunzione e faccia la fine del Titanic.

Ferdinando Rocca

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