Un ennesimo mantra si aggira per l’Italia: “Bisogna cominciare dalla Scuola”. C’è troppa droga in giro? Aumenta la violenza giovanile? Troppi femminicidi? Si moltiplicano le baby gang? La Nazionale di Calcio è eliminata dai Mondiali? «Bisogna cominciare dalla Scuola».
Politici, opinionisti, giornalisti, “esperti”, uomini della strada: tutti convinti, tutti concordano. «Bisogna cominciare dalla Scuola». Fra un po’ lo si dirà anche se attorno a noi volano troppe mosche e zanzare?
Ed è così che, poco a poco, la Scuola non si riconosce più. Sommersa da corsi e controcorsi, progetti, progettini, progettoni, educazioni d’ogni tipologia e grammatura, la Scuola sempre più dimentica il proprio obiettivo primario, la propria originaria finalità: diffondere cultura per combattere l’ignoranza attraverso le discipline di base, quelle imprescindibili per il cittadino moderno di un Paese democratico avanzato.
Tutti i mali della società moderna nascono dall’ignoranza: la quale genera la presunzione di saper già tutto quanto serve per vivere, anche — e soprattutto — quando non si è ancora acquisito nemmeno quel bagaglio di conoscenze basilari che permetterebbero di riconoscere di non saper mai abbastanza per tranciar giudizi, sputar sentenze, prender decisioni affrettate.
È vero: «Bisogna cominciare dalla Scuola»; cominciare però dal non subissarla di nuove “educazioni”, nell’asfittica e ossessiva ricerca di nuove “competenze”. Tutt’altro. Occorre ricostruire una Scuola seria, che goda della massima considerazione da parte di tutti (a cominciare dai decisori politici), che insegni poche materie fondamentali in modo approfondito e critico, per spingere i discenti alla riflessione critica e approfondita, libera da pregiudizi perché liberata dalle catene dell’ignoranza.
Le lezioni devono durare non troppe ore la mattina ed esser coinvolgenti, laboratoriali ove questo è possibile, per dare agli studenti gli strumenti esperienziali con cui, nel pomeriggio, studiare e mettere alla prova i propri apprendimenti. Il riferimento all’attualità dev’esser continuo, perché tutte le discipline di base sono strettamente legate all’attualità: persino — anzi, soprattutto! — quelle che studiano il passato.
Non a caso la crisi attuale del nostro Paese — economica, sociale, culturale, politica, religiosa, giovanile — collima col definanziamento ormai quarantennale della Scuola Pubblica, con lo smantellamento del concetto stesso di Scuola come istituzione, col tentativo montante di farne un’azienda verticistico-burocratica ispirata dagli interessi del complesso militare-industriale-finanziario (non solo italiano).
La Scuola ha bisogno di libertà e di finanziamenti certi e abbondanti. Ogni centesimo speso per la Scuola frutterà 100 volte tanto fin da subito, in termini di benessere sociale ed economico. Fino all’inizio degli anni ‘80 la classe dirigente italiana era pienamente consapevole di ciò, e la Scuola funzionava. Guarda caso, oggi, dopo 40 anni di definanziamento e svalutazione della Scuola (pubblica, mentre tantissimo si elargisce alle private in barba al dettato costituzionale), tutto è cambiato in peggio.
Dunque sì, «Bisogna cominciare dalla Scuola»; ma prima ancora — quasi nessuno lo ricorda mai — è necessario raddoppiare la percentuale di PIL destinata all’istruzione. È indispensabile raddoppiare le misere paghe di docenti e personale ATA, onde rilanciarne la dignità e la considerazione sociale, in un Paese che valuta l’importanza delle professioni in base alla retribuzione che ricevono. È essenziale rilanciare la libertà d’insegnamento, perché solo nel pluralismo delle idee fiorisce la libertà di apprendimento: la quale muore del tutto, quando è una pedagogia di Stato a prevalere. È doveroso investire molti miliardi nella ricostruzione degli edifici scolastici, non solo per metterli a norma di sicurezza, ma per renderli accoglienti, freschi d’estate e caldi d’inverno, senza sprechi energetici.
Perché, tra i Paesi avanzati, solo in Italia (ottavo PIL del pianeta) sembra irrealizzabile tutto ciò? I tanti soloni della politica e della stampa governativa, sempre pronti a gridare che «Bisogna cominciare dalla Scuola», facessero un giro nelle scuole pubbliche di Francia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia: scuole pubbliche moderne, confortevoli, ospitali. Così forse capirebbero che la Scuola italiana, pur ferita, impoverita, denigrata, sfigurata, offesa, fa letteralmente miracoli ogni giorno. Miracoli fatti dagli insegnanti italiani: verificabili, quando si constata il numero enorme di giovani laureati d’eccellenza che ogni anno lasciano l’Italia per i Paesi di cui sopra, ove trovano impiego come docenti universitari, mentre qui da noi tanti laureati lavorano nei call center o come precari delle scuole, per tempi biblici. La maggior parte dei laureati italiani che espatriano (circa il 74%) sceglie Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera e Francia.
Nel 2023 siamo giunti al record di oltre 21.000 giovani laureati volati via. Si stima una media di circa 15.000-16.000 espatri netti all’anno nell’ultimo decennio. Evidentemente la Scuola italiana, malgrado tutto, funziona, visto che i nostri laureati vengono valorizzati all’estero. Per questo, però, proprio per questo fuggono: in Italia trovano solo stipendi scarsi, zero prospettive di carriera e nessun riconoscimento al titolo di studio rispetto alla media europea.
Altro che «cominciare dalla Scuola». Bisogna cominciare dal cambiar la testa di questo sciagurato Paese, capace di distruggere proprio ciò che ha di meglio. Chi è alle leve del comando cominci col farsi un realistico, onesto e sincero esame di coscienza. Da lì si deve cominciare. Altro che dalla Scuola.