Il tema della comunità educante sta diventando sempre più centrale nel dibattito pedaogogico.
Ne parliamo con Igor Guida Vice Presidente, CIO/CTO e co-fondatore di Stripes, responsabile della versione online della rivista di cultura, formazione ed educazione Pedagogika.it e direttore scientifico di Stripes Digitus Lab Centro internazionale di ricerca e innovazione sulla robotica educativa e le tecnologie digitali.
Ne parliamo con lui perché proprio l’ultimo numero di Pedagogika è dedicato all’argomento.
Peraltro dobbiamo anche ricordare che su questi temi, nel mese di ottobre, Pedagogika sarà presente al CultureLink Festival , la cui seconda edizione, promossa dalla cooperativa sociale Stripes si svolgerà presso MIND – Milano Innovation District.
Professore, il termine “comunità” sta ormai diventando una costante del linguaggio pedagogico. Perché, secondo lei?
È vero, e non credo sia una moda passeggera: è il sintomo di un bisogno. La parola community è tra le più diffuse nel linguaggio quotidiano e descrive gruppi di persone che interagiscono online attorno ad interessi, esperienze o valori comuni. Ma quante volte ci siamo fermati a chiederci se quella parola – così fluida, così apparentemente inclusiva – corrisponda davvero a ciò che intendevano i nostri nonni quando parlavano di comunità? Se la pedagogia torna con insistenza su questo termine è perché le community stanno cambiando il bisogno umano di comunità, cioè di legami reali e di condivisione. È la domanda a cui abbiamo dedicato l’ultimo numero di Pedagogika, interpellando figure di spicco sia del “mondo digital”, sia del “mondo reale”, con la convinzione che proprio dal confronto tra queste due dimensioni emergano le domande più feconde.
Il primo a parlarne in modo esplicito era stato forse Joh Dewey, più di un secolo fa. L’idea di Dewey e cioè di una scuola che non prepara alla vita ma è essa stessa vita in quanto è comunità, ha ancora una sua modernità
Ha una modernità sorprendente, direi quasi urgente. Dewey ci ricorda che la scuola non è un contenitore in cui si trasmettono contenuti, ma un’esperienza di vita condivisa. Direi che la scuola non deve essere uno spazio ma un luogo: lo spazio è un’entità geografica, mentre il luogo è un’entità socioculturale, definita dall’interazione fisica e affettiva tra un ambiente e le persone che lo vivono. E la scuola è uno di quei luoghi reali di condivisione – come una piazza, un quartiere, una parrocchia, un’associazione, una casa – che custodiscono qualcosa che nessuna piattaforma ha ancora saputo replicare: la dimensione del non detto, del corpo presente, dell’attesa, dell’inaspettato. Aggiungo: per imbattersi nelle vicende e nelle storie che plasmano le nostre connessioni, che creano i link tra un io e un noi, è necessario fare un passo fuori dall’uscio di casa. Perché di connessioni tutti abbiamo bisogno per crescere. La scuola come la intendeva Dewey è esattamente questo: il primo passo fuori dall’uscio, il primo “noi” che un bambino sperimenta oltre la famiglia.
Oggi però si parla anche di community: è un vezzo, un semplice inglesismo o aggiunge qualcosa alla teoria della comunità che educa?
Non è solo un inglesismo, perché le due parole non indicano la stessa cosa – e la loro distanza è pedagogicamente istruttiva. Il punto è distinguere connessione e relazione: la connessione è tecnica, la relazione è umana. La prima si stabilisce con un clic, la seconda si costruisce nel tempo, attraverso la vulnerabilità, il conflitto, la riparazione, la storia condivisa. Detto questo, le community possono diventare comunità quando non restano chiuse nello spazio virtuale, ma diventano ponti verso esperienze reali di incontro, di collaborazione e partecipazione. Il confine non è tra online e offline: è tra comunità aperte o chiuse, tra aggregazioni che generano responsabilità verso l’altro o che coltivano soltanto il proprio specchio. In definitiva, la differenza tra community e comunità non sta nella tecnologia: sta nelle persone. In questo senso sì, la parola community aggiunge qualcosa alla teoria della comunità che educa: la obbliga a fare i conti con la qualità dei legami, non solo con la loro quantità.
Che ruolo assumono oggi le tecnologie nella costruzione della community?
Un ruolo ambivalente, che dipende da come le inseriamo nei contesti. La mia convinzione di fondo è che la tecnologia non è un muro che separa, ma un ponte che unisce. Sperimentarlo è possibile, ma occorre essere connessi: connessi tra di noi, prima che ad una rete wifi. Solo se inserita in una cultura di partecipazione e condivisione, la tecnologia contribuisce a trasformare gli spazi di vita in luoghi. Un esempio concreto: a Calascio, borgo abruzzese di circa 130 abitanti a rischio spopolamento, l’infrastrutturazione smart dell’area e speciali wearable device per il monitoraggio continuo dei parametri sanitari hanno reso possibile a quella comunità, trasformatasi in smart community, di continuare a vivere quegli splendidi luoghi, scongiurando il rischio che si trasformino in spazi belli ma vuoti. Il rovescio della medaglia sono gli algoritmi: ci espongono spesso a contenuti e persone simili a noi e rischiano di creare ambienti omogenei – le cosiddette filter bubble o camere d’eco – dove si è circondati da eco, non da voci diverse. E c’è una condizione: conoscere e saper usare la tecnologia per rendere più smart la propria città e comunità non basta se rimane un punto di orgoglio. Deve diventare una responsabilità sociale.
Dal punto di vista educativo e pedagogico che differenza c’è a suo parere fra una comunità reale e una comunità virtuale?
Per rispondere uso una distinzione che mi è cara, quella tra spazi e luoghi. Un luogo è molto più di uno spazio: il primo è immobile, come un contenitore di corpi inanimati; il secondo è in continuo movimento, continuamente ripensato per quel processo irrefrenabile di trasformazione delle abitudini, degli usi e degli interessi che contraddistingue la nostra vita. Lo spazio è un’entità geografica, il luogo un’entità socioculturale. E la cosa interessante è che questa distinzione non coincide con quella tra reale e virtuale: uno spazio virtuale non è necessariamente in contrapposizione ad uno esistente. Non è scontato che uno spazio virtuale accessibile, curato e accogliente diventi un luogo apprezzato, cioè vissuto effettivamente, al quale un individuo sia legato da un trascorso, da ricordi, da significati – ma può accadere. L’ho sperimentato personalmente: tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 le BBS, social network ante litteram, hanno rappresentato forse per la prima volta uno spazio virtuale che diventa un luogo virtuale. Ricordo il canale #notturnoitalia: dal vivo avresti potuto non essere notato, nascosto dietro le spalle di qualcuno, mentre in un ambiente virtuale eri sempre presente, visibile, interrogabile, dunque coinvolgibile e coinvolto. Ciò detto, il contatto digitale resta uno scambio di informazioni e di interessi: online tendiamo a mostrare solo la parte di noi che abbiamo scelto, curato, ottimizzato, e questa curatela permanente di sé ha un costo relazionale che non misuriamo abbastanza. Nessuna community può sostituire uno sguardo, una stretta di mano, un abbraccio, perfino un silenzio condiviso. La sfida del nostro tempo, però, non sta nello scegliere tra reale e digitale, ma nell’imparare ad integrarli.
In un mondo sempre più diviso (e spesso in guerra) quanto diventa difficile, oggi, fare comunità a scuola?
È difficile, ma proprio per questo è decisivo. La difficoltà nasce dal fatto che i ragazzi – e noi con loro – vivono immersi in ambienti che premiano l’omogeneità: le camere d’eco ci abituano ad essere circondati da eco, non da voci diverse, ed erodono silenziosamente la nostra capacità di incontrare il diverso da noi. E c’è un problema ancora più sottile: in un’epoca in cui l’economia dell’attenzione premia chi appare più di chi agisce, forse il problema non è che le community siano troppo digitali: è che siamo diventati troppo spettatori di noi stessi, anche quando siamo fisicamente nella stessa stanza. Che cosa può fare la scuola? Educare alla lentezza: alla capacità di stare con l’incertezza di una risposta che non arriva subito, di un problema che non si risolve con un algoritmo, di una persona che non si capisce al primo scambio di messaggi. E ricordare, con Manzoni, che «si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio»: le relazioni autentiche nascono dalla disponibilità a contribuire al bene degli altri, non dalla ricerca individuale di visibilità. Sono convinto che solo una pedagogia dei luoghi possa allontanare il più possibile gli orrori che troppo spesso tingono di sangue le nostre città. È un sogno, ma non da ingenui.
È eccessivo affermare che senza comunità non c’è scuola? La comunità è indispensabile per sviluppare e promuovere i processi educativi?
No, non è eccessivo: è la condizione stessa dell’educare. Una scuola ridotta a erogazione di contenuti è uno spazio, un’entità geografica; diventa scuola quando è un luogo, un’entità socioculturale, cioè una trama di relazioni in cui qualcuno si sente visto e capito – penso al forum scolastico che diventa il luogo dove uno studente trova finalmente qualcuno che lo capisce. Per questo serve un’educazione digitale – di cui la nostra rivista parla da trent’anni – che non riguardi solo le competenze tecniche, ma anche quelle relazionali ed etiche: comprendere che dietro ogni schermo c’è una persona reale e che il valore di una relazione non si misura in follower o like, ma nella qualità del legame che si riesce a creare. La comunità, a scuola, si costruisce nella qualità dell’attenzione che siamo disposti a portare all’altro – anche quando quell’altro è scomodo, lento, diverso da noi – e nella capacità di trasformare la connessione in cura. Ed è esattamente di questo che si occupa la pedagogia: non di stabilire se uno strumento sia buono o cattivo, ma di educare le persone a farne un uso umano. Del resto, chi ci ha preceduto, pur senza tecnologia, era già smart grazie alla propria passione educativa: riscoprirla è il primo passo. Senza questa rete innanzitutto umana, ogni altra connessione a cosa servirebbe?