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Concorsi e GPS: serve una soluzione equa

Apprendiamo in queste ore, da post sui social e articoli sul web, di nuove contrapposizioni tra docenti. Da una parte gli idonei e vincitori di concorso, che rivendicano il diritto a vedere rispettato il proprio percorso di studio, sacrifici e prove superate. Dall’altra, i precari storici, docenti che insegnano da 10, 20 e persino 30 anni senza aver mai ottenuto stabilità.

Il cuore del problema non è nello scontro tra docenti, ma in un sistema di reclutamento inceppato e farraginoso. La scuola italiana si regge da decenni sul lavoro precario, con contratti a termine rinnovati di anno in anno. Non a caso la Comunità Europea ha più volte richiamato l’Italia per l’abuso dei contratti a termine, chiedendo misure concrete di stabilizzazione. Vale la pena ricordare che, contrariamente a quanto spesso affermato in politica, l’UE non impone procedure rigide: è lo Stato italiano a decidere come gestire il reclutamento.

Gli idonei ai concorsi denunciano che le GPS siano diventate “contenitori gonfiabili”, facilmente scalabili grazie a titoli acquisiti con costi elevati e percorsi formativi non sempre di reale valore. Si tratta di un fenomeno reale, come dimostrano indagini e notizie di cronaca legate ad alcuni titoli rilasciati da scuole e università private.

Ma sarebbe scorretto fermarsi qui. Anche i concorsi, negli ultimi anni, sono stati tutt’altro che esempi di trasparenza e meritocrazia: prove gestite in fretta e furia, domande con errori, ricorsi infiniti, favoritismi, procedure annullate e persino prove suppletive ridotte a una sola domanda. Tutto questo rende paradossale l’idea di rivendicare il concorso come unico simbolo del “merito”.

In realtà, sia concorsi che GPS presentano storture. E non è corretto spostare l’ago della bilancia solo da una parte: se da un lato alcuni hanno comprato titoli per scalare le GPS, dall’altro anche i concorsi hanno mostrato limiti, errori e mancanza di trasparenza. Alla fine, ognuno risponde alla propria coscienza per le scorciatoie intraprese. Non servono guerre di categoria, ma controlli seri per eliminare storture e disuguaglianze.

Al di là di questo, il vero merito andrebbe riconosciuto sia a chi ha affrontato concorsi seri e ben gestiti, sia a chi ha garantito per decenni la continuità didattica nelle scuole. Per questo, la soluzione più giusta nell’immediato è un doppio canale di reclutamento:

  • il 50% dalle graduatorie dei concorsi (idonei e vincitori), valorizzando il merito concorsuale;
  • il 50% dalle GPS di I e II fascia, dove docenti hanno già dimostrato professionalità e competenza sul campo.

In pratica, invece di mettere concorsi e GPS uno contro l’altro, si potrebbe farli camminare insieme. Se ci sono 10 cattedre disponibili, 5 potrebbero andare ai concorsi e 5 alle GPS. Questa sarebbe non solo una soluzione equa, ma anche un passo nella direzione indicata dall’Europa per ridurre l’abuso dei contratti a termine.

Quello che oggi manca, purtroppo, è la volontà politica di risolvere davvero il problema. Lo Stato continua a utilizzare il precariato come “cuscinetto”, perché costa meno e garantisce flessibilità. Ma questa non è una soluzione giusta né per i docenti, né per gli studenti, che hanno diritto alla continuità didattica e a insegnanti motivati e valorizzati.

In alternativa, si potrebbe pensare a una fase transitoria con la creazione di una Graduatoria Nazionale di Immissione in Ruolo (GNIR), nella quale far confluire sia i docenti provenienti dalle GPS sia gli idonei e vincitori di concorso. La graduatoria dovrebbe basarsi su criteri chiari e oggettivi: anni di servizio, continuità nella stessa provincia, superamento di un concorso, abilitazione, ecc. Resta fondamentale un punto: la corsa all’acquisto di titoli deve finire. I corsi abilitanti dovrebbero essere gratuiti e organizzati direttamente dalle istituzioni scolastiche, non trasformati in un mercato che pesa ulteriormente sulle spalle dei precari. Inoltre, sarebbe opportuno sospendere nuovi concorsi fino allo svuotamento delle graduatorie di idonei e vincitori già esistenti.

La verità è che non serve dividere i docenti in fazioni contrapposte. Oggi più che mai serve una scelta equa, stabile e condivisa. Perché, al di là delle differenze di percorso, tutti i docenti – idonei, vincitori di concorso e precari storici – hanno contribuito e continuano a contribuire a tenere in piedi la scuola italiana. È da qui che occorre ripartire. Serve una riforma strutturale del reclutamento, chiara e stabile, che metta fine a decenni di precarietà e restituisca dignità alla professione docente.

Fabio Gangemi

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