“Il reato di pensare”: così si intitolano l’ultimo libro e lo spettacolo attualmente in tour nei teatri italiani dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet. L’esperto ha spesso spiegato il motivo di questo titolo: secondo lui nella società di oggi stiamo delegando tutto alle macchine, senza più pensare davvero.
“Penso che si pensi poco e con una sorta di autocensura, perché siamo ingolfati in un perbenismo del pensiero, che è il politicamente corretto”, ha spiegato a La Nazione. “Si parla sempre di categorie. Bisogna insegnare a bambini e bambine a lasciar stare quel che gli altri dicono di loro: che il colore di un grembiulino è un’imposizione, che a essere importante è quello che fanno. I movimenti gay, per esempio, hanno lottato per ottenere diritti universali. E negli anni Settanta abbiamo chiuso i manicomi non per dare diritto alla follia, ma per permettere alla persona di essere sé stessa. Io penso che oggi si debba ripartire dalla fragilità”.
Ed ecco alcune battute sul caso della famiglia che vive nel bosco, in cui i figli sono stati allontanati dai genitori: “Pensiamo anche alla famiglia con i bambini nei boschi. Il problema è l’isolamento, che può avvenire ovunque. E difatti, la scuola è per i bambini un luogo straordinario, perché qui possono dialogare. Don Milani stesso diceva che era meglio una scuola di un bosco. Perché a scuola cresci con gli altri, con le tue fragilità condivise”.
Crepet ha concluso: “La demonizzazione non va mai bene, però leggo le critiche. Non possiamo certo cancellare le tecnologie digitali, ma bisogna capire cosa salvare. Se i livelli di attenzione e memoria sono bassi, è perché sono capacità cognitive lesionate che devono essere ripristinate. E allora dobbiamo introdurre una scuola diversa rispetto a quella che abbiamo. E non è importante se a scuola si toglie lo smartphone, ma cosa si fa al posto dell’uso del telefono. Non basta proibire. Bisognerebbe far capire ai ragazzi che c’è un altro mondo lì fuori… sarebbe rivoluzionario”.
Tempo fa lo psichiatra ha parlato della sua idea in merito al divieto di smartphone: “L’uso dello smartphone andrebbe vietato per legge fino ai 18 anni, ossia per tutto il periodo della formazione. Si diventa più intelligenti senza cellulare. Oggi se affido ad un ragazzo una ricerca su Beethoven, lui ci mette tre secondi a farla perché interroga Google e l’intelligenza artificiale. Invece vorrei che aprisse i libri e i vocabolari e spegnesse il telefonino”.
La circolare del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, emanata lo scorso giugno, che vieta l’uso del cellulare a scuola anche alla secondaria di secondo grado, in vigore dal 1° settembre 2025, ha “costretto” le varie scuole a emanare circolari e modificare i propri regolamenti, visto che molto si rimanda all’autonomia dei vari istituti.
Ci sono vari dubbi, zone grigie e cambiamenti; per questo La Tecnica della Scuola ha deciso di elaborare un focus per capire cosa sta succedendo davvero nelle scuole superiori italiane.
Per farlo abbiamo innanzitutto cercato di fare una indagine qualitativa; abbiamo chiesto ad un campione di dirigenti scolastici, che in questi giorni stanno convocando il proprio corpo docente proprio per stabilire le nuove regole, cosa pensano del nuovo divieto e come hanno scelto di organizzarsi, quale linea stanno seguendo: armadietti sì o no? Note alla prima infrazione o solo rimproveri?
Poi abbiamo cercato di fare un tuffo nelle varie circolari già emesse dalle scuole e in ciò che dicono gli aggiornamenti dei regolamenti d’istituto in merito al divieto di cellulare. Abbiamo scoperto molti aspetti che meritano una riflessione: ad esempio, in alcune scuole il divieto vige a ricreazione, in altri casi no; o, ancora, in alcuni istituti anche i docenti sono chiamati a dare l’esempio, mentre in altri questa questione non viene menzionata.
Poi c’è il tema della custodia dei cellulari, nel caso in cui debbano essere lasciati in armadietti, contenitori o mobiletti: cosa avviene quando uno studente affida un proprio bene personale alla scuola? Quali rischi, obblighi e responsabilità per gli istituti? Abbiamo sentito il parere del nostro esperto in materia, l’avvocato Dino Caudullo, che ci ha spiegato cosa dice la legge.
A stabilire il divieto è stata la circolare del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara emanata lo scorso giugno, che fa seguito alla nota ministeriale n. 5274 dell’11 luglio 2024.
Il documento ha invitato le scuole ad aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa prevedendo per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo dello smartphone durante l’orario scolastico anche a fini didattici, nonché specifiche sanzioni disciplinari per coloro che dovessero contravvenire a tale divieto.
Ma cosa faranno le scuole? È infatti rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto. Ovviamente, l’uso del telefono cellulare sarà sempre ammesso nei casi in cui lo stesso sia previsto dal Piano educativo individualizzato o dal Piano didattico personalizzato come supporto rispettivamente agli alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento o per motivate necessità personali. L’utilizzo del telefono cellulare rimane consentito qualora, sulla base del progetto formativo adottato dalla scuola, esso sia strettamente funzionale all’efficace svolgimento dell’attività didattica nell’ambito degli specifici indirizzi del settore tecnologico dell’istruzione tecnica dedicati all’informatica e alle telecomunicazioni.