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25.11.2025

Famiglia nel bosco, Crepet: “A chi racconti le cose alla quercia o alla maestra? La scuola è un posto di mediazione emotiva”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha parlato nuovamente del caso della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo, i cui figli sono stati allontanati dal Tribunale dei Minori dell’Aquila. L’esperto ne ha parlato senza peli sulla lingua ieri, 24 novembre, a Quarta Repubblica, su Rete4.

Ecco le sue parole: “Un bambino ha bisogno di giocare, ma oggi il gioco è finito. Difendere la camera da letto con al Playstation non ce la faccio. L’idea che la scuola non va bene, che possiamo fare tutto homemade non è vera. Si rivoltano sulla tomba Don Milani e Montessori”.

“Una casa famiglia però è l’ultima spiaggia. Che non ci sia la tv in casa non può essere un motivo per togliere i figli. Rimbecillirsi a dodici anni con cartoni animati violenti non fa bene. I bambini stanno bene con gli altri bambini. Gli asili sono solo per i disgraziati, per i figli degli operai?”.

“Non capisco perché non mandarli a scuola. In Alto Adige mandano i bambini a scuola alle sette del mattino perché sono civili. La scuola non è ABCD, è un posto di mediazione emotiva, a chi le racconti le cose all’asino, alla quercia oppure ai compagni o alla maestra?”, ha concluso.

I genitori faranno ricorso

Nel frattempo, riporta Open, l’avvocato della famiglia ha annunciato che farà ricorso contro la decisione del tribunale dei minori dell’Aquila. “Nella sentenza di ieri sono state scritte falsità. Sono andati in cortocircuito. Nell’ordinanza si insiste ancora sull’istruzione dei minori che, secondo i giudici, non avrebbero l’autorizzazione all’home schooling. Alla più grande viene anche contestato l’attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza perché non ratificato dal ministero. Attestato che, invece, c’è ed è anche protocollato”, spiega il legale.

Nel mirino del giudice ci sarebbe anche la scelta dei genitori di fare diventare la loro storia un caso mediatico, parlando di “nuove condotte genitoriali inadeguate” perché avrebbero “diffuso dati idonei a consentire l’identificazione dei minori, diretta, anche attraverso foto che li ritraggono”. Secondo il Tribunale, il tutto sarebbe stato messo in atto dai genitori solo “per conseguire un risultato processuale ad essi favorevole”.

Il punto dolente: l’istruzione dei bambini

Il punto che crea più dibattito è quello sulla scuola. Lei australiana, ex istruttrice di equitazione, e lui, inglese, ex chef, hanno scelto per i loro tre figli l’unschooling. Cosa significa unschooling? Che i loro bambini non frequentano una scuola come tutti gli altri ma l’istruzione viene impartita dai genitori seguendo un percorso autoguidato e “spontaneo”. “Non vogliamo portarli a scuola. Vogliamo che crescano qui nella natura. Imparano dai libri che abbiamo in casa (inglese, italiano e matematica) ma soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega – aveva detto il papà -. È un modo diverso di acquisire nozioni. Non solo studiando su un libro”.

La famiglia vive nel casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza un bagno all’interno delle quattro mura domestiche, senza allacci di corrente elettrica. Un pannello fotovoltaico garantisce loro quel poco di luce che serve in casa per ricaricare il cellulare utilizzato per le emergenze. Mangiano quasi esclusivamente ciò che regala la terra. Ma sembrano assai felici. Chiunque li abbia incontrati ha raccontato di una famiglia unita e serena. Il budget mensile  per la spesa e la benzina non supera i 300 euro.

Come fanno a procurarseli? Nessun sussidio dal Comune. La madre dichiara di ricavare qualche denaro alla sua attività di consulente  sui temi del benessere psicofisico e dalla rendita di beni familiari che la donna ha ancora in Australia. Il marito, si occupa invece dell’orto e provvede a procurare cibo alla sua famiglia oltre che fare piccoli lavori artigianali.

Unschooling in Italia, come funziona?

Secondo un’indagine svolta da Laif (L’Associazione Istruzione in Famiglia) la percentuale di coloro che in Italia dichiarano (rispetto al campione individuato da Laif) di aver scelto l’unschooling piuttosto che forme più tradizionali o miste di apprendimento, per esempio l’istruzione parentale, è del 17% circa; inoltre, l’indagine rileva i comportamenti paralleli legati alla scelta genitoriale di avvalersi di un metodo destrutturato come l’unschooling, per esempio coinvolgendo i figli in attività all’aperto, viaggiando, interagendo con il territorio, quasi sempre in contesti non urbani.

Va ricordato che in Italia l’istruzione parentale prevede l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria, dando così la possibilità allo Stato di accertare il rispetto dell’obbligo formativo previsto dalla legge.

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