Nei suoi libri racconta i “leoni di Sicilia”, quei Florio il cui mito, a distanza di tanti anni, non smette di affascinare. Nella vita di tutti i giorni, invece, si occupa di quelli che potremmo definire i “leoncini”. Cioè degli studenti che la burocrazia definisce BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Parliamo di Stefania Auci, autrice di fama internazionale – il suo nuovo romanzo sui Florio è atteso a gennaio 2026 – e docente di sostegno in un alberghiero di Palermo. “Bello tosto”, precisa sorridendo ai microfoni della Tecnica della Scuola.
Per la docente, oggi, la scuola italiana manifesta “una certa difficoltà ad accogliere i ragazzi con necessità didattiche speciali“. Una difficoltà che non dipende dalla scarsa formazione o dalla cattiva volontà degli insegnanti, ma dal fatto che “sempre più spesso le risorse per i ragazzi con disabilità sono penalizzate dai tagli alla scuola“. C’è anche un tema legato all’aumento del numero di ragazzi BES e DSA. “Sembra che vi sia una certa faciloneria da parte di molti medici nel riconoscere questi disturbi, senza indagare e guardare ad altre prospettive,” denuncia Auci.
Nello specifico, spiega l’insegnante, si tende a scambiare per disturbi specifici dell’apprendimento “problematiche di altra natura, fragilità, difficoltà psicologiche“. Situazioni che potrebbero essere affrontate con “una maggiore presenza di psicologi e terapisti a scuola“, senza per forza ricorrere al sostegno. Quanto ai docenti, in molti casi “fanno più del dovuto”, ma devono fare i conti con una situazione molto complessa. “Occorre che si torni a dare priorità alla scuola, in una società che, al momento, sta trascurando tutto ciò che ha a che fare con la cultura e la conoscenza“.
Cosa si potrebbe fare concretamente per migliorare la situazione degli studenti BES e DSA? Per Auci occorre ripartire dalle basi. “L’inclusione passa anche e soprattutto dall’edilizia, che purtroppo oggi versa davvero in condizioni di grave difficoltà”. Il riferimento è al superamento delle barriere architettoniche e di tutti gli ostacoli che impediscono ai ragazzi una piena fruizione delle scuole, che come evidenziato da questo giornale è ancora molto bassa. “Servirebbero anche aule attrezzate, lavoratori e altre strutture che spesso nella scuola italiana sono carenti”.
Certo, c’è anche un tema di consapevolezza da parte di chi si affaccia alla professione di docente di sostegno. “Purtroppo, è vero, ci sono delle persone che dicono: ‘Ah, va bene, sai che cosa faccio? Mi metto in graduatoria per il sostegno‘. Cioè, come se si trattasse veramente di una sorta di parcheggio“, dice Auci. La realtà, aggiunge, è del tutto diversa. “In classe, poi, ci si trova davanti lo psicotico, il soggetto affetto da autismo a basso funzionamento, il ragazzino con un pregresso di violenza in famiglia. E lì se non si è pronti sono problemi seri”.
L’insegnante di sostegno, inoltre, “è il cuscinetto tra la classe e il corpo docente, ruolo che lo porta a essere anche custode di segreti, difficoltà, dubbi che sono molto più difficili da capire dietro una cattedra”. Un compito essenziale, si cui si fatica a capire l’importanza. Non solo dai neolaureati, ma anche dalle fasce d’età più mature. “Ci sono delle persone che magari hanno superato i 35/40 anni, che non hanno un impiego stabile, o magari lo hanno e non lo ritengono abbastanza remunerativo, che pensano di trovare uno stipendio facile subito“.
Non è un caso che chi fa questo “dopo due o tre anni molli”, ma nel frattempo “ha causato seri problemi, sia ai ragazzi che ai docenti stessi“. Per questo Auci si sente di dare un consiglio a chi vuole affacciarsi al percorso di docente di sostegno. “Gli direi di chiedersi mille volte: ‘Sei proprio sicuro, sicuro, sicuro di questa scelta?’. Se la risposta è affermativa, allora probabilmente sarà un buonissimo docente che riuscirà a dare tanto agli alunni. Se fosse negativa, sarebbe meglio che si dedicasse ad altro. Sia per lui che per la scuola“.
Per quanto riguarda il legame tra il lavoro di docente e la carriera di scrittrice, Auci assicura di aver tenuto “ferocemente separati” i due ambiti. Qualcosa del suo impegno a scuola, tuttavia, è arrivato sulla pagina. “Penso all’empatia, alla capacità di chiedersi come sta davvero una persona. Quando lavoro con un ragazzo che ha dei comportamenti anomali, devo cercare di capire perché si comporta così“. Alla base ci possono essere dei malesseri, che vanno compresi e superati. “Una capacità di giudizio che mi ha aiutato anche a capire meglio i miei personaggi“.