Non è stata solo una questione di toghe o di separazione delle carriere. Il 54% di NO che è uscito dalle urne ieri ha un odore preciso: quello del gesso, dei laboratori e della rabbia che cova nelle sale insegnanti. Se Meloni cerca di derubricare il voto a “scelta tecnica”, il ministro Valditara dovrebbe guardare meglio i dati, perché la sberla più forte è arrivata proprio dal suo mondo.
Il dato degli under 35 è impressionante: oltre il 60% ha votato NO. Ma la vera notizia è che questo voto è maturato nelle classi, tra i corridoi degli istituti dove docenti e studenti che votano per la prima volta si sono ritrovati, per una volta, dalla stessa parte della barricata.
Il malessere è diventato una valanga. I docenti di ruolo e i docenti idonei hanno fatto da “moltiplicatori di dissenso”. E il motivo è semplice: si sentono traditi da un’idea di scuola che sembra più un’azienda punitiva che un luogo di crescita.
Mentre il Ministro parlava di merito in giro per l’Italia, migliaia di docenti che hanno superato prove scritte e orali dei concorsi PNRR sono rimasti a casa da tre anni perché il governo ignora ogni richiesta, anche quella di chiamare prima agli incarichi annuali chi ha il TFA e ha scelto il sostegno, e poi i docenti di materia. Tradotto: più posti per tutti per le supplenze.
Gente che ha studiato, passato selezioni durissime invece di aspettare anni l’assunzione “per condono”, senza dimostrare alcuna competenza a nessun esperto e senza selezione alcuna, si ritrova con un pugno di mosche in mano perché il sistema non li assorbe. E non ci parli la Destra di elenchi regionali, ai quali non crede nessuno.
È una situazione paradossale che ha trovato la solidarietà totale dei colleghi già di ruolo.
E poi c’è il fronte del personale ATA. Nel 2026, anziché investire sulla sicurezza e l’efficienza degli uffici, si parla ancora di tagli: meno bidelli, meno amministrativi, più carico di lavoro per chi resta.
Aggiungeteci la riforma degli Istituti Tecnici (il famoso 4+2) che sta sollevando critiche da tutte le parti. Il mondo della scuola ha chiesto a gran voce lo slittamento al 2027 per evitare il caos, ma il Ministero, come sempre, tira dritto. Risultato? Una mobilitazione silenziosa ma micidiale.
La definiscono la “Caporetto” di Paola, perché l’episodio della cittadina in provincia di Cosenza, alla vigilia del voto, è stato l’emblema di questo disastro comunicativo. Il Ministro, in visita in provincia di Cosenza, ha trovato sui social un fronte compatto: idonei dei concorsi, docenti di ruolo e personale scolastico che, scrivendo fiumi di commenti, gli avevano promesso una cosa sola: “Porteremo tutti a votare NO”. E così è stato.
Se il centrodestra voleva usare questo referendum come test di forza, Valditara, con la sua gestione muscolare, sta diventando il miglior alleato delle opposizioni. Di questo passo, non servirà la sinistra per far perdere il centrodestra: basterà la rabbia di chi la scuola la vive davvero o la stava vivendo ed è stato tolto ingiustamente.