Silenzio o ti boccio. O meglio, se non parli ti boccio. Anche se dici sciocchezze, purché parli e dimostri di accettare le regole, anche quelle che eventualmente ti stanno strette, allora tutto scorre liscio. E anche se ti muovi all’interno di quelle regole che ti consentono di non parlare, si deve salvaguardare la forma, che così diventa sostanza. Infatti, tutta la retorica sul merito all’ultimo finale quaglia sulle formalità non sulla sostanza.
Se quei ragazzi che hanno protestato facendo quella che il “luogo comune” chiama scena muta agli orali di fronte alla commissione agli esami di stato, avessero invece detto scempiaggini colorate e condite da idiozie, forse non sarebbe successo nulla, né la stampa si sarebbe interessata, né il ministro sarebbe intervenuto, minacciando la bocciatura per coloro che boicottano gli esami di stato in quel modo.
Eppure, questi ragazzi, che hanno scelto tale forma di protesta nei confronti di un esame che giudicano poco consono con le loro personalità, non hanno fatto altro che entrare nei gangli della legge stessa e applicarla. Sono stati infatti regolarmente promossi perché i crediti glielo hanno consentito, così come è previsto dalle disposizioni.
Hanno avuto, in altri termini, il torto di protestare con altri argomenti che non sono quelli richiesti dalla commissione e dunque in qualche modo avrebbe dato fastidio, non già il fatto in sé, previsto dal regolamento, ma l’idea che i maturandi possano scegliere liberamente di protestare, sfruttando la struttura stessa dell’esame.
“Fra le riforme che stiamo per varare c’è anche una riforma della maturità. Comportamenti di questo tipo non saranno più possibili. Se un ragazzo non si presenta all’orale o volontariamente decide di non rispondere alle domande dei docenti, non perché non è preparato, quello può capitare, ma perché vuole “non collaborare” o vuole “boicottare” l’esame, dovrà ripetere l’anno”.
Dunque il problema che sta a cuore al ministro, pare di capire, non è la preparazione, il curriculum scolastico, ma la forma in sé, non il merito ma l’opportunistico rispetto delle regole, l’accettazione acritica della formalità, qualunque essa sia. Stringi stringi alla fine ancora più ultima, il sapore che lascia tanto bollore, si ammolla nella concezione che alla scuola del “merito” si preferisca quella della convenzioni formali, agli studenti “indisciplinati” quelli impreparati.
Alle stesso modo per i prof, per i quali sia sta preparando il codice etico, come se i docenti avessero bisogno di un vademecum a cui ispirarsi, fossero così immaturi, sprovveduti da non sapere né capire come bisogna comportarsi a scuola, in classe e fuori dalle mura;
e dunque ecco la divulgazione di un codice a cui tutti devono conformarsi, pena… ancora non sappiamo.
Sicuramente, come è noto, qualcuno ventila che questo del codice sia l’anticamera per un controllo stringente dei prof, nei confronti dei quali da sempre c’è sempre stato il sospetto che siano di sinistra, comunisti e ora pure nostalgici del “68.
Chissà, ma la sensazione più apparente appare quella che vuole si lasci il dissenso nel cassetto di casa o sotto sale, perché andare al di là del pensiero e delle indicazioni del ministero non sembra più essere consentito. E chi, parafrasando la “Cena delle beffe” di Sam Benelli, “non la pensa come me”, se la vedrà brutta, sembra la minaccia scagliata dal palazzo della Minerva.
Pensiero unico? E forse che sì.