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Dall’esame di Maturità all’esame di Stato

Era inevitabile.
A forza di cambiare, rielaborare, ritoccare, ampliare, modernizzare, incrementare il sistema è andato in corto circuito e alla fine i suoi paradossi sono venuti allo scoperto (inutili i tentativi di nasconderne i difetti) grazie (o a causa) delle proteste ‘mute’ di alcuni ragazzi (proteste forse discutibili ma non sanzionabili e prive di ‘contro-indicazioni’).
Lo avete ben capito, ci riferiamo a quei ‘colloqui’ dell’Esame di Stato ‘falliti’ (che evidentemente denunciano imperfezioni non superficiali dell’intera struttura dell’esame).
Curiosa la storia dell’Esame di Stato (in precedenza Maturità). La sua riforma alla fine degli anni ‘60 (in teoria provvisoria) è durata per vari lustri, nonostante i continui ‘proclami’ (sempre irrealizzati) di imminente cambiamento.
Certo il ‘nuovo’ esame non era così duro come in precedenza (esame Gentile) ma, tutto sommato, aveva una sua logica, una sua chiarezza e, soprattutto, funzionava senza gravi incongruenze.
Poi, quando la scuola entrò in ‘politica’ (politica elettorale) o quando i tempi furono maturi (parliamo della fine degli anni ‘90), si incominciò a prendere di ‘mira’ la scuola attraverso una serie continua di riforme (non sempre migliorative) e, ovviamente, anche l’esame di maturità (ribattezzato Esame di Stato) non sfuggì alla ‘macchina’ sempre attiva del cambiamento.

Ogni Governo sembrava volesse lasciare un segno sulla scuola e sull’Esame di Stato, segno che, a volte, si rivelava una ferita. Si aprì così un ‘valzer’ di mutamenti e stravolgimenti senza soluzione di continuità. Elencare e ricordare ora tutti gli interventi scolastici (non di rado frettolosi e disordinati) effettuati dal Legislatore non è semplice e non osiamo neppure provarci.
Ci limiteremo soltanto a due constatazioni relative all’Esame di Stato.
1) La tecnica utilizzata per ‘tormentare’ l’esame fu, principalmente, quella dell’“accumulatio”. Così si cominciò ad ‘imbottire’ sempre più l’esame di nuove materie o nuovi argomenti di discussione, forse per rendere più severa e probante la prova finale.
2) L’incrollabile convinzione che fosse necessario valorizzare, al massimo, il lavoro svolto dall’alunno durante l’ultimo triennio di scuola superiore portò all’invenzione dei famosi crediti scolastici e formativi. In teoria queste due operazioni avevano un loro perché.
Da un lato si voleva tenere insieme (tentativo assai rischioso) la tradizione (le prove scritte e l’interrogazione sui programmi svolti in tutte o in alcune materie) con la ‘modernità’ e quindi con la necessità di rispondere alle mutate richieste della società e del mercato – P.C.T.O, orientamento, competenze pratiche, invalsi, capacità logico-creative, esperienze personali –; dall’altro si riteneva doveroso premiare al massimo i successi (reali o fittizi) registrati dall’alunno negli ultimi anni del percorso scolastico. Idee sulla carta valide ma, alla fine, dagli esiti non esaltanti, anzi forse anche controproducenti.
Infatti, l’esame (nonostante o a causa di questi continui ‘riempimenti’) è stato depotenziato del suo valore (anche della sua essenza di esame ‘da superare’) e, in sostanza (eccetto pochi casi), si è trasformato, per lo più, in un rituale scontato e innocuo, dal successo garantito, mirante soltanto (anche questo è importante, basta accontentarsi) a stabilire una graduatoria di merito (sempre imperfetta, ma questo è naturale) tra gli allievi.
In questo decadimento ha avuto una parte assai importante la decisione di alzare eccessivamente il valore dei crediti scolastici e formativi con la conseguenza di dare ad un alunno (un bravo alunno) la possibilità di snobbare l’esame stesso (per protestare, a torto o a ragione, contro il sistema), limitandosi a raccimolare qualche punto negli scritti per poi disdegnare la Commissione con un colloquio (è stata abolita la dicitura interrogazione orale) ‘silenzioso’ (e imbarazzante), sostenendo poi, eventualmente, le ragioni della sua scelta con una lettera inviata alla Commissione.

Proprio ciò che è accaduto.
Di fronte a questa ‘debacle’ (o quasi) della struttura e del funzionamento dell’Esame di Stato, si può rispondere in due modi tra loro opposti:
1) Tornare, con i dovuti accorgimenti, alla tradizione, quindi: nessun credito scolastico o formativo, invito alla Commissione (esterna o mista) di tenere in considerazione il passato scolastico dell’allievo, due (o tre) prove scritte e un’interrogazione orale sulle materie (tutte o alcune) svolte durante l’ultimo anno (non altro). In questo modo l’esame diventerà una vera prova da superare atta ad accertare la preparazione e la maturità dell’allievo (soluzione auspicabile). 2) Continuare (anche incrementandola) in una iper-valutazione del percorso svolto in passato dal discente e ridurre l’esame (facoltativi gli scritti, Commissione interna) ad un ampio e distensivo colloquio basato non sui programmi svolti durante l’anno nelle singole materie ma su altro (insomma un ‘gustoso’ scambio di idee). In questo modo, però, tanto vale abolire l’esame, come non pochi vorrebbero, e limitarci, alla fine dell’anno, ad una mera certificazione di competenze.
Il Ministero ha dichiarato di essere già all’opera (sarà un bene?) per cambiare nuovamente la formula dell’esame e impedire ogni possibile disfunzione. Ovviamente non prenderà in considerazione nessuna delle due soluzioni sopra presentate (l’importante è che non si lasci incantare dalla seconda, sarebbe grave). Vedremo cosa deciderà. Non mi aspetto grandi cose, mi basta un intervento migliorativo, anche minimo.

Andrea Ceriani

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