Quando sento politici parlare di innovazione e di una scuola che valorizza ogni studente, una parte di me vuole crederci. Il lavoro che faccio è molto bello: da docente ITP ho a che fare ogni giorno con la tecnologia, con l’innovazione. Ma ogni volta che entro in un laboratorio scolastico mi sento un po’ preso in giro e penso: si può lavorare così? Non è che forse stiamo prendendo in giro un’intera generazione di giovani?
Prima di continuare, però, sento il bisogno di condividere una cosa personale. Poche settimane fa mi è stato diagnosticato un tumore e mi aspetta un percorso abbastanza impegnativo per venirne fuori. Non so cosa succederà nei prossimi mesi e questo potrebbe essere il mio ultimo anno nella scuola. Forse anche per questo sento ancora più forte il bisogno di raccontare quello che ho visto in questi anni e di porre alcune domande al Ministro.
Per chi non lo sapesse, sono un docente ITP. Il mio lavoro è laboratorio, pratica, strumenti, competenze reali, valide e spendibili dai ragazzi una volta fuori dal mondo della scuola. Ma come possiamo farlo senza strumenti? Nelle scuole e nei laboratori manca di tutto. Anche fare semplici esercitazioni tecnico-pratiche, le cose più basilari, in molti casi diventa impossibile. Bisogna arrangiarsi, inventarsi qualcosa con quel poco che si ha oppure, nel peggiore dei casi, fare solamente teoria.
Davvero pensiamo che i giovani non se ne accorgano? Vedo spesso ragazzi con tanta voglia di fare: se gli si dà pane per i loro denti si attivano, si interessano, si appassionano. Ma di fronte alle dinamiche descritte si finisce per demotivarli, tarpare loro le ali, annoiarli, far perdere interesse.
Ministro, è davvero questa la scuola che dovrebbe formare al lavoro? Lavorare così è stancante e demotivante. Non mi piace, mi sembra di prendere in giro i ragazzi.
In questi dieci anni di insegnamento, in diverse scuole, ho visto situazioni che si ripetono: è un loop, un cane che si morde la coda. Ogni volta che si chiedono nuove attrezzature – non chissà cosa, anche solo quelle di base che puntualmente mancano – la risposta è sempre la stessa: “Non ci sono soldi”.
Molte volte siamo riusciti, con fatica e grazie alla sensibilità di qualche dirigente, ad acquistare qualcosa. Piccole cose rispetto a ciò che servirebbe davvero, ma abbastanza per iniziare a lavorare meglio. Poi però, essendo docente precario, di anno in anno non so dove andrò a finire e cambio spesso scuola. Quando, dopo qualche anno, torno nella precedente scuola dove avevo contribuito a far acquistare il materiale, scopro a malincuore che alcuni dispositivi si sono guastati e non sono più funzionanti; altri semplicemente non ci sono più: persi, rubati, smarriti. E si riparte da zero. Di nuovo. E bisogna reinventarsi tutto da capo.
Ministro, lo sa che succede questo? Lo sa che spesso i dispositivi, anche quando sono nuovi, si guastano e restano lì perché non esistono fondi per la manutenzione? Lo sa che quando chiediamo di ripararli, la risposta è ancora: “Non ci sono soldi”? Come possiamo fare didattica tecnica in queste condizioni?
Non sarebbe più semplice garantire agli istituti tecnici e professionali una dotazione minima nazionale, definita insieme alle aziende, soprattutto a quelle che richiedono ai giovani determinate competenze per inserirli al meglio nel mondo del lavoro? Strumenti base garantiti, standard uguali per tutti, non affidati alla fortuna o ai bilanci delle singole scuole. E, una volta forniti, non sarebbe giusto garantire anche manutenzione e controllo, affinché restino funzionanti nel tempo? Perché senza manutenzione ogni investimento diventa inutile.
Ministro, come possiamo chiedere ai docenti di formare competenze tecniche avanzate se in molte scuole mancano ancora gli strumenti di base? La mia speranza è che queste domande possano diventare, prima o poi, risposte e soluzioni concrete.
Prima di lasciarla, come accennato nel precedente articolo, se avessi ricevuto le somme della Carta del Docente avrei acquistato strumenti da lasciare ai miei studenti per cercare di formarli un po’ meglio. Ed è proprio quello che farò: grazie al ricorso vinto ho finalmente ricevuto il bonus, anche se sono un docente precario. Lo considero un ultimo gesto nei confronti dei miei allievi prima di lasciare definitivamente, perché tra la salute che non va e il lavorare in queste condizioni – dove tutto diventa sempre più stancante e difficile da sostenere – mi sta passando per la testa di mollare. Sì, lo stipendio serve, ma questo lavoro è anche e soprattutto coerenza, professionalità, dignità.
Concludo: se il mio tono dovesse sembrare a tratti amaro o troppo diretto, spero venga compreso il contesto personale e umano da cui nasce. È un periodo difficile per me e forse anche per questo sento ancora più forte il bisogno di dire che, quando entro in classe, sento di avere una responsabilità: sono lì per lavorare e per formare. Non riesco a immaginare una scuola in cui ci si limiti a “tirare avanti”. La scuola, per me, è impegno, presenza e responsabilità verso i ragazzi. Ed è proprio perché ci credo profondamente che oggi sento il bisogno di porre queste domande.
Essere al servizio dello Stato è un onore, è come portare una medaglia al petto: è un orgoglio, un vanto di cui vado fiero. Ma a queste condizioni diventa difficile poter operare correttamente.
Gangemi Fabio