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05.03.2026

TFS dei dipendenti pubblici, la Consulta sollecita una riforma su tempi di attesa e rateizzazione: il Parlamento ha un anno di tempo per intervenire

Le lunghe tempistiche della liquidazione del TFR e TFS per i dipendenti pubblici rappresentano ormai da anni un grande problema.

Dopo la cessazione del rapporto di lavoro, infatti, il TFR e TFS non sono subito corrisposti, ma passano in media almeno due anni. In molti casi si arriva anche a sette anni di ritardo in caso di pensione anticipata, per di più a rate quando l’importo supera i 50.000 euro.

Criticità questa segnalata ormai da diverso tempo, tanto che c’è stata anche una sentenza della Corte Costituzionale, la n. 130/2023, che ha stabilito che il trattamento di fine servizio deve essere assegnato anche ai dipendenti statali immediatamente dopo la fine della loro carriera lavorativa.

Sentenza finora disattesa, tanto che Cgil nazionale, Fp, Flc e Spi, in una nota congiunta del 2024, avevano denunciato che “il differimento del pagamento del Trattamento di Fine Servizio (TFS) e del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) ha causato e continua a causare ai dipendenti pubblici pesanti perdite economiche, che complessivamente possono arrivare a cifre vanno dai 17 mila ai 41mila euro. Il Governo, che continua ad ignorare questa situazione e che in materia di previdenza pensa solo a misure per fare cassa, deve intervenire”.

Un piccolo spiraglio si è visto con la Manovra 2026: infatti, l’art. 1, comma 198, della legge n. 199 del 2025, ha previsto, con effetto dal 1° gennaio 2027 e in relazione ai dipendenti che a tale data matureranno i requisiti per il pensionamento, la riduzione di tre mesi (da 12 a 9 mesi) del termine per la liquidazione del TFS.

Il nuovo intervento della Corte costituzionale

È di oggi, 5 marzo 2026, un nuovo intervento della Corte costituzionale che richiama il legislatore a intervenire per superare i meccanismi di pagamento differito e rateizzato. La Consulta ha stabilito di concedere al Parlamento un anno di tempo per programmare una riforma che elimini gradualmente queste modalità di erogazione.

Il richiamo della Corte: riforme ancora insufficienti

Nell’ordinanza numero 25, la Corte rileva che, nonostante i precedenti richiami contenuti nelle sentenze n. 159 del 2019 e n. 130 del 2023, non è stato ancora avviato «in modo sostanziale» il processo di graduale ma completa eliminazione dei tempi di attesa per il pagamento del TFS ai lavoratori pubblici cessati dal servizio per limiti di età o di servizio.

Secondo i giudici costituzionali, le modifiche introdotte negli ultimi anni hanno avuto un impatto limitato. Da un lato, è stata ampliata la platea dei dipendenti in condizioni di fragilità che possono ricevere l’intero trattamento entro tre mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro. Dall’altro, è stata prevista una riduzione una tantum di tre mesi del termine di liquidazione del TFS, con decorrenza dal 1° gennaio 2027.

Il nodo costituzionale e l’impatto sui conti pubblici

La Corte ha ribadito che il sistema attuale presenta un problema di compatibilità con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata e tempestiva. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che una cancellazione immediata delle norme contestate comporterebbe effetti rilevanti sulle finanze pubbliche.

L’eliminazione retroattiva delle dilazioni renderebbe infatti immediatamente esigibili tutti i trattamenti di fine servizio, con un impatto significativo sul fabbisogno di cassa dello Stato.

Udienza fissata nel 2027

Per questo motivo la Consulta ha deciso di rinviare la decisione finale e di concedere tempo al legislatore per intervenire con una disciplina organica, anche attraverso un percorso graduale.

La trattazione delle questioni di legittimità costituzionale è stata quindi rinviata all’udienza del 14 gennaio 2027. In quella sede la Corte valuterà se nel frattempo sarà stata approvata una riforma in grado di pianificare l’eliminazione dei meccanismi di differimento e rateizzazione del TFS per i dipendenti pubblici.

La reazione dei sindacati

Basta con il sequestro del salario differito dei dipendenti pubblici. La Corte Costituzionale ha ribadito ancora una volta la necessità di superare una normativa che presenta evidenti criticità rispetto ai principi costituzionali. Il Governo intervenga”. Così Cgil nazionale, Flc Cgil e Fp Cgil e Spi Cgil in una nota congiunta del 5 marzo, commentano l’ordinanza.

L’ordinanza depositata oggi – spiegano – conferma quanto già evidenziato nell’ultima sentenza della Corte, la n. 130 del 2023, che richiamava il legislatore alla necessità di intervenire per superare la disciplina su differimento e rateizzazione del TFS, che rischia di comprimere il diritto alla giusta retribuzione sancito dall’articolo 36 della Costituzione. La Corte ha oggi ribadito la persistenza di questo problema e giudicato insufficienti e marginali gli interventi finora adottati”. In particolare, “non può essere considerata una risposta adeguata la scelta del Governo di limitarsi a ridurre da dodici a nove mesi dal 2027 per coloro che accederanno alla pensione di vecchiaia, il termine per la liquidazione del TFS”.

La decisione della Corte – proseguono Cgil, Flc, Fp e Spi – rappresenta dunque l’ennesimo invito al Governo e al Parlamento ad intervenire realmente per superare un meccanismo ingiusto che continua a penalizzare centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori pubblici. Il problema resta infatti tutto: lo Stato continua a trattenere per anni risorse che appartengono alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici, trasformando il trattamento di fine servizio in una sorta di prestito forzoso allo Stato. Un vero e proprio sequestro del salario differito di chi ha lavorato una vita nella pubblica amministrazione che, anche a causa dell’inflazione registrata negli ultimi anni e dell’assenza di meccanismi di rivalutazione, ha comportato una perdita reale di valore delle somme spettanti, arrivando a sottrarre mediamente ai lavoratori pubblici fino a circa 20 mila euro. Non è un caso che abbiamo avviato in questi anni un ampio contenzioso legale per contestare questa normativa e tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”.

Questa vicenda – aggiungono – si inserisce inoltre in un quadro più generale di penalizzazione del lavoro pubblico. I contratti della pubblica amministrazione sono stati rinnovati con aumenti che coprono appena un terzo dell’inflazione, determinando una pesante perdita di potere d’acquisto per milioni di lavoratrici e lavoratori pubblici. Per queste ragioni – concludono Cgil, Fp Cgil, Flc Cgil e Spi Cgil – chiediamo al Governo di intervenire al più presto”.

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