Home I lettori ci scrivono Didattica a distanza è molto impegnativa, giusta la disconnessione per Pasqua

Didattica a distanza è molto impegnativa, giusta la disconnessione per Pasqua

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Leggiamo sul Corriere Torino di un padre che lamenta la chiusura delle scuole in occasione del periodo pasquale e francamente stupisce che alla sua dichiarazione venga data tanta importanza, perché sono molti di più i genitori che non vedono l’ora che queste vacanze arrivino a dare un po’ di respiro; allo stesso modo leggiamo che qualche istituto ha deciso una chiusura di soli tre giorni.

Prendiamo allora atto di essere di fronte a un quadro almeno diversificato.

E’ certamente vero che, anche in questo campo, si è partiti forse con qualche ritardo e impreparati, ma quale altro settore del nostro Paese (e, a quanto pare, anche degli altri) era pronto ad affrontare una tale calamità? Le querule lamentazioni di chi afferma di aver avuto fin dall’inizio le idee chiare su ciò che stava accadendo cozzano con le dichiarazioni, molto più realistiche e oneste, di istituzioni o figure di rilievo nazionale  e internazionale, e dimostrano, ancora una volta, che non è ancora maturata la reale comprensione di ciò che è veramente in gioco in questa dolorosa esperienza collettiva: il senso, perduto ormai da tempo, dei limiti e della finitezza dell’uomo, di fronte alla natura e di fronte al futuro.

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Le scuole si sono mosse quasi nell’immediato, ciascuna con le dotazioni tecniche che possedeva, per affrontare la situazione; gli insegnanti, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno fin da subito dedicato tutte le loro energie e il loro tempo a progettare e realizzare la DAD (didattica a distanza), che per molte scuole è un’assoluta novità e che deve rimanere una misura eccezionale. La DAD infatti non può in alcun modo sostituire la relazione educativa vis à vis, che è decisamente più ricca, più complessa, più imprevedibile, e quindi più feconda: il processo educativo dei nostri bambini e ragazzi non può certo diventare uno smart working, né per noi né per loro!

In questa emergenza, nonostante le tante difficoltà, gli insegnanti sono riusciti a ricostruire un’attività didattica fatta di strumenti molto differenziati e quasi sempre sperimentali: videolezioni, in modalità sincrona, lezioni video o audio videoregistrate, in modalità asincrona, dispense e documenti caricati sul registro elettronico o inviati via mail, indicazione di materiali disponibili online, piattaforme ad hoc, etc.

Non parliamo poi della riflessione, faticosissima, che ha impegnato tutti noi sul problema della valutazione, che presenta elementi di innegabile grande problematicità, legata alla necessità/impossibilità della sorveglianza e, di conseguenza, all’attendibilità delle prove somministrate e dei risultati conseguiti.

Chi lavora nella scuola sa benissimo quanto tempo, quanta energia e capacità di immaginare soluzioni nuove tutto questo abbia comportato e comporti ogni giorno, per di più in presenza di indicazioni non sempre chiare e talvolta discutibili: pensiamo alla recentissima bozza ministeriale in cui si prefigura la possibilità di una sanatoria per quanto riguarda le valutazioni finali, un “tutti promossi”, che non sarebbe mai  dovuto essere comunicato, per ragioni educative, o, almeno, solo ad anno scolastico concluso, e questo per gli effetti gravissimi che produrrà su alcuni studenti, che si sentiranno legittimati a non partecipare più alle lezioni e a non studiare, vanificando così il lavoro dei docenti, ma anche dei compagni impegnati.

Va poi ricordato che tutta questa attività di carattere più specificamente didattico è stata accompagnata, in tante situazioni, alla sincera preoccupazione di molti insegnanti di far sentire la propria presenza e vicinanza a studenti e famiglie: presenza umana, perché il lavoro dell’insegnante si fonda sulla relazione e sull’attenzione alla persona, cosa che, a chi sta fuori dalla scuola, non sempre è ben chiara.

Va infine considerato che l’attivazione di questa didattica ha comportato uno sforzo non indifferente di tutti gli attori coinvolti: dei docenti certamente, che stanno dedicando ogni minuto delle loro giornate, senza interruzioni e senza domeniche, a un lavoro totalmente nuovo, dai contorni dubbi e dagli esiti incerti, degli studenti, che hanno dovuto adattarsi rapidamente a modalità di comunicazione, e di non-comunicazione, nuove e spesso disorientanti, che li costringono a ore di stazionamento di fronte a pc, tablet, smartphone (quante volte gli psichiatri e gli educatori più avveduti hanno parlato di dipendenza delle nuove generazioni da questi strumenti?) e ad una connessione continua, e delle famiglie, che vivono nel chiuso delle proprie case, le difficoltà dei figli, talora supportando la scuola, talora ostacolandola (abbiamo letto di circolari di presidi che sostanzialmente chiedono ai genitori di non sostituirsi ai figli nello svolgimento dei compiti assegnati e di non inserirsi nelle prove orali e meno che mai nella valutazione).

E tutto questo sta avvenendo con una pressione psicologica, forse ce ne stiamo dimenticando, alla quale nessuno era preparato: cominciamo a capire che ciò che stiamo vivendo cambierà per sempre le nostre esistenze ed è già in atto.

In conclusione: un breve periodo di pausa e di disconnessione non può che essere salutare. E’ assolutamente necessario poter fare “altro”, distogliendo il pensiero, almeno per qualche ora, dal lavoro, dallo studio, dall’atmosfera pesante che ormai avvolge tutti; lasciare spazio a qualche attività, peraltro ancora casalinga ma comunque rigenerante: l’ascolto della musica, un po’ di attività fisica, la visione di un film, la lettura di un libro non scolastico, un gioco a distanza con gli amici, magari anche uno spazio di riflessione personale.

Ancora una volta però rileviamo con dispiacere, anche con un po’ di dolore, che i discorsi sulla scuola e sugli insegnanti scontano pregiudizi, luoghi comuni, disattenzione, spesso ignoranza. Quasi sempre chi parla della scuola non sa che cosa esattamente si faccia e che cosa facciano gli insegnanti, e quanto gravosi siano, anche in periodi di normalità, il loro impegno, le loro responsabilità e le condizioni nelle quali spesso operano. In questo periodo, quasi nessuno lo dice, gli insegnanti sono tra coloro che hanno continuato a lavorare: quando sui social si sorride sulla noia della vita domestica, noi davvero non sappiamo che cosa sia e raramente siamo stati così sotto stress. Gli insegnanti non sono in prima linea negli ospedali e non rischiano di morire  – almeno alle condizioni attuali ed esclusivamente se la scuola riaprirà in una situazione di assoluta sicurezza per tutti – ma, ed è giusto che l’opinione pubblica cominci a capirlo, continuano a fare il loro dovere (e in questo momento anche di più), contribuendo in modo significativo alla tenuta della comunità e predisponendo le basi per un ritorno, un giorno, a una vita “normale”, oggi per tutti noi un obiettivo ancora lontano e ambizioso.

Maura Canalis e Enzo Novara