Undici Comuni, ventinove plessi, meno di mille studenti. Sono i numeri di un’ordinaria storia di dimensionamento scolastico che arriva dalla Campania, precisamente dalla zona del Cilento, in provincia di Salerno. Qui la dirigente scolastica Daniela Ruffolo ha assunto nel 2024 la reggenza dell’istituto comprensivo “Omignano-Gioi”, oggetto di numerosi accorpamenti successivi. “La situazione non è semplice, ogni giorno è una battaglia”, spiega Ruffolo a La Tecnica della Scuola. “Coordinare tutti questi plessi, in tanti comuni, è una battaglia quotidiana. Basta che manchi un collaboratore perché si rischi di non poter garantire l’apertura di un plesso, con tutto ciò che ne consegue”.
A dettare le regole sul dimensionamento è il decreto interministeriale 124/2025, a firma del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che fissa a 938 alunni il coefficiente medio di alunni per scuola. Le Regioni “provvedono autonomamente al dimensionamento della rete” – Emilia-Romagna, Toscana, Sardegna e Umbria sono state appena commissariate dal Governo centrale per non averlo fatto nei termini – e devono salvaguardare “le specificità delle istituzioni scolastiche situate nei comuni montani”. Proprio la situazione del Cilento, dove le cose, secondo Ruffolo, non funzionano come dovrebbero.
“Il nostro è un territorio molto esteso, che rientra nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano“, precisa la dirigente. “Mentre la fascia costiera vive un forte sviluppo turistico estivo, l’entroterra – il cosiddetto Cilento Antico – subisce un forte spopolamento, anche a causa della carenza di trasporti e servizi“. Una situazione che, come in altre aree interne del Paese, ha un forte impatto sulla scuola. “Negli anni abbiamo vissuto un complesso iter di dimensionamento. L’anno scorso l’IC di Omignano, che già operava su sette comuni, ha accorpato parte dell’IC di Gioi, che ne ha portato in dote un altro. Quest’anno si è aggiunto l’ex IC Visconti, con altri tre Comuni”. Il totale, appunto, è di undici paesi.
Il tutto, osserva Ruffolo, per rispettare “parametri imposti dall’alto”, che servono soltanto “ad alimentare gli istituti sofferenti”, mentre le attività quotidiane diventano “estremamente faticose”. La dirigente fa degli esempi. “La gestione logistica e amministrativa è durissima. Abbiamo dovuto rifare tutto, dal Piano Triennale dell’Offerta Formativa al Piano di Miglioramento, fino agli organi collegiali. I costi sono raddoppiati: solo per garantire la sicurezza relativa all’uso dei defibrillatori su 29 plessi, ho dovuto formare 60 persone”. C’è anche un tema di rapporti con gli enti. “Coordinarsi con 11 Comuni significa anche gestire 11 diversi calendari per i santi patroni e le chiusure. Non è un dettaglio”.
A pesare è anche la mancanza di strutture e collegamenti. “Ogni giorno viviamo in stato di allerta: se manca un collaboratore scolastico, potremmo rischiare di non aprire un plesso”, ribadisce Ruffolo.
“Tenete presente che molti ospitano mono-sezioni dell’infanzia, mantenute in vita con estremo sacrificio, per non privare i territori dell’unico presidio educativo“.
Da non sottovalutare il tema dei finanziamenti: “Le risorse vengono assegnate in base al numero degli studenti, il che rende difficile coprire le spese per l’acquisto dei materiali per la gestione ordinaria della didattica e la piccola manutenzione. Siamo costretti a chiedere aiuto ai Comuni, che molto spesso sono in difficoltà a loro volta”.
Al momento, il territorio dell’IC “Omignano-Gioi” non ha subito chiusure. Con una popolazione in costante calo, però, il rischio si fa sempre più concreto. Come invertire la strategia? Ruffolo – che con i suoi istituti aderisce alla Rete Piccole Scuole di INDIRE – ha le idee chiare. “La mia proposta è di considerare la scuola un ‘learning hub‘, secondo il modello OCSE: un presidio che non deve essere eliminato, ma che deve diventare il centro di una comunità educante allargata, che coinvolga associazioni, enti locali, stakeholder e aziende private“. Per la ds servono anche deroghe per le scuole di montagna, “stabilendo che non debbano superare i 400 alunni per sopravvivere e ripopolare le aree interne“.
La scuola, infatti, “è l’ultimo riferimento culturale e sociale rimasto in queste zone, dove anche le famiglie sono più fragili rispetto al passato”. Ma c’è anche un aspetto legato alla “tornanza”, ovvero al ritorno di molte persone nelle aree interne, attratte dalla qualità della vita e dalle eccellenze del territorio.
“Esiste un interesse internazionale e un potenziale per il turismo esperienziale”, osserva Ruffolo, “ma servono scelte politiche coerenti che garantiscano trasporti, sanità e, soprattutto, la permanenza delle scuole. Non è un investimento a perdere, perché la scuola produce cittadini e menti con pensiero critico, elementi fondamentali per lo sviluppo di qualsiasi territorio”.