Sui pensionamenti dei lavoratori il Governo Meloni non sembra essere riuscito a dare seguito ai suoi propositi di smantellamento della Legge Monti-Fornero del 2011. Anzi, se la Manovra 2026 dovesse passare così come è stata bollinata e promossa dal Consiglio dei ministri alcune settimane fa, ci accingiamo a vivere dei cambiamenti che andranno decisamente a peggiorare le cose. Tanto da ridurre fortemente la platea già oggi limitata di pensionandi che hanno la possibilità di scampare ai nuovi requisiti, innalzati entro il 2028 a 67 anni e tre mesi (per le pensioni di vecchiaia) e 43 anni e un mese (un anno in meno per le donne) per le uscite legate all’anzianità contributiva.
È tutto dire che diversi esponenti della Lega non hanno gradito questo stato di cose, troppo distante da quanto prospettato da sempre dallo stesso Carroccio.
Ad anticipare queste soglie saranno solo i dipendenti che svolgono lavori usuranti e mansioni gravose, con almeno 30 anni di contributi riconoscibili, i beneficiari dell’Ape Social, la quale riguarda solo i lavoratori (di almeno 63 anni e 5 mesi) più esposti a logorio psico-fisico, e i lavoratori precoci, ovvero chi ha iniziato a lavorare in giovane età in ambienti di lavoro che comportano particolare stress.
Non c’è poi la proroga di Quota 103 e di Opzione donna, e viene introdotta la possibilità di utilizzare il Tfr come “contropartita” per lasciare il lavoro in anticipo.
Moltissimi italiani giudicano tutto questo inammissibile e ingiustificabile, perché si fanno pagare esclusivamente ai lavoratori i conti in rosso dell’Inps e le richieste dell’Istat legate all’aspettativa di vita in crescita. I sindacati e l’opposizione politica non le mandano a dire. A destare scalpore è soprattutto l’indifferenza verso la condizione delle donne, che dopo la menopausa, lo dicono i numeri, accusano un calo generale di difese immunitarie e diventano particolarmente vulnerabili a malanni e patologie varie.
“Sul futuro pensionistico delle donne – che nella scuola costituiscono oltre l’81% dei lavoratori – è ora si uscire dalla propaganda, si guardi alle condizioni reali del lavoro – dice Franco Mari, capogruppo di Avs nella commissione Lavoro della Camera – : se davvero Meloni e Giorgetti vogliono fare un passo, pensino a misure che favoriscano le donne davvero, a partire da coloro che svolgono lavori usuranti, penso alle insegnanti di scuola primaria o a chi è addetta nella distribuzione”.
Le deroghe introdotte dal Governo Meloni, in effetti, riguardano una percentuale ristrettissima di lavoratrici: la finiscano, conclde Mari, “di farsi belli con misure che ormai servono a poche donne e non cambiano la sostanza della condizione femminile nel mondo del lavoro”.