Home I lettori ci scrivono DSA: diagnosi e certificazioni senza metodo scientifico

DSA: diagnosi e certificazioni senza metodo scientifico

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Gentili Ministre Lorenzin e Fedeli, mi chiamo Tiziana Cristofari e sono una pedagogista. Vi scrivo perché credo sia opportuno intervenire urgentemente su quanto sta accadendo nelle scuole.

Partiamo dalla definizione di diagnosi e certificazione. Dunque Ministra Lorenzin, gli esperti dicono che la diagnosi non è necessariamente la certificazione. Fanno questa distinzione spiegando che diagnosticare (ovvero procedere ad accertamenti clinici) non si intende certificare (ovvero dichiarare per iscritto che si è accertata la diagnosi). Ma per usufruire di un PDP (Piano Didattico Personalizzato) o un PEI (Piano Educativo Individuale) di cui la scuola fa richiesta alla prima difficoltà della bambina — spesso con pretesa —, è necessaria la certificazione.

Ministra Fedeli, mi viene da pensare quindi, che anche l’insegnante richiedente la certificazione fa diagnosi. Dico questo perché la ASL (o l’ospedale o altro ente accreditato a farlo), che si adopera per un percorso di accertamento sul disturbo specifico dell’apprendimento, nel 99% dei casi rilascia poi una certificazione. Perché un docente quando richiede un accertamento ha 99% di probabilità che effettivamente tale accertamento venga sottoscritto? Si presuppone che, o gli insegnanti sono oramai “talmente formati” sui disturbi dell’apprendimento che potrebbero andare a fare i medici, oppure i medici dovrebbero cambiare mestiere.

Ma la risposta penso sia più semplice.

Ministre, sicuramente voi siete al corrente che per fare tali accertamenti diagnostici i medici fanno compilare questionari agli insegnanti e alla famiglia sul comportamento/rendimento scolastico dell’alunno. Poi vengono somministrate al bambino delle prove didattiche nelle varie discipline (lettura, calcolo, testo scritto). Da questi documenti traggono un punteggio che viene poi equiparato a dei parametri standard. Se il punteggio che deriva dai test risulta uguale o sopra la media di quei parametri, il bambino sta bene, se sono sotto alla media ha un disturbo. Ora, consideriamo alcuni elementi. Questi test non dicono quello che sarà il bambino, ma cosa sa e cosa ha appreso fino a quel momento. Da qui si trae la prima risposta al perché i bambini considerati “problematici” dall’insegnante, poi risultano effettivamente con difficoltà d’apprendimento anche dal medico. Ma gentili Ministre della Salute e dell’Istruzione, è chiaro che una maestra saprà quando il bambino è in difficoltà, ovvero sotto la media della classe. Ciò che stupisce è che il bimbo debba andare dal medico per farselo confermare. Mi domando: ma veramente il neuropsichiatra si accontenta di somministrare test didattici per valutare ciò che giustamente ha ipotizzato l’insegnante? È tutta qui la sua scienza e coscienza medica? Non solo, spesso le diagnosi vengono effettuate senza scambiare una sola parola con il bambino. Ma non erano esperti della psiche?

A me sembra che queste indagini facciano solo ipotesi sulla ragione fredda e sulla competenza didattica acquisita, su ciò che il bambino ha appreso fino a quel momento. Ma la psiche (lo sappiamo oramai da almeno 200 anni), non è solo la razionalità del momento, non è solo la comprensione cosciente di ciò che la persona è o sa. La psiche è fatta anche da una parte non cosciente (quella che tutti temono chiamandola irrazionale e che sistematicamente annullano), che è fatta, è scossa, è spesso alterata e/o guidata anche dalle emozioni, dai sentimenti, dal vissuto dell’essere umano, dai rapporti buoni o cattivi con gli altri.

Gentile Ministra Lorenzin, studi recenti sulla psiche hanno permesso di constatare come la nostra mente assimili meno se è sotto stress, se ha paura. Ma non ci vogliono gli studi a confermarlo! Tutti noi possiamo osservare che in momenti di stress o paura “non ragioniamo”, come si suol dire volgarmente. Eppure quando questi bambini devono essere valutati, si chiama in causa solo la ragione fredda e lucida del medico, pretendendo che il bambino in quel preciso istante sia lucido e razionale come chi lo valuta. E allora le diagnosi fatte da vari specialisti in equipe che vedono il bambino una sola volta ognuno o in gruppo, spesso per 10 minuti al massimo per mezz’ora, che li sottopongono a prestazioni didattiche impositive sul loro sapere, sul loro essere, pretendono poi pure che il bambino dia il meglio di sé? Ci vuole coraggio, con questo livello di indagine sulla psiche a fare diagnosi e poi certificazioni.

Gentile Ministra Fedeli, io che sono “solo”… una pedagogista, ma che studio e ricerco a livello scientifico l’attuazione della migliore pedagogia per la crescita e una didattica efficace per l’apprendimento dei bambini, quando mi trovo a dover valutare un processo di apprendimento scolastico e quindi di prestazione — come da requisiti ottenuti dal mio curriculum formativo di studi —, ho bisogno di molti elementi che nei percorsi delle ASL o degli ospedali non sono minimamente considerati. Innanzitutto mi è necessario un incontro preliminare solo con la famiglia per comprendere come vive il bambino a casa e a scuola, capire come sono le relazioni tra loro e il bambino, tra il bambino e i suoi coetanei, tra il bambino e i docenti e tanti altri particolari sul gioco, sulle attività sportive, sulla salute in generale che mi danno il quadro della situazione. Per salvaguardare la psiche della bambina non è necessario, né opportuno che sia presente quando la famiglia deve raccontare di lei e di tutto ciò che le gira intorno, anche perché non si sentirebbe libera di farlo. Nelle ASL e negli ospedali succede invece anche questo: una totale incapacità di proteggere la salute mentale ed emotiva dei bambini! Pertanto, l’incontro con la famiglia mi dà una consapevolezza antropologica che emerge solo attraverso una conversazione di almeno un paio d’ore, e a volte nemmeno quelle sono sufficienti. Poi successivamente a quell’incontro — come pedagogista ed esperta nei processi formativi e di crescita —, ho necessità di vedere il bambino un’ora per almeno sei volte, colloqui questi, fatti a distanza di una settimana uno dall’altro. I diversi appuntamenti — dove il primo è fatto insieme alla famiglia e i successivi a tu per tu con il bambino — permettono al piccolo di prendere confidenza con me gradatamente e pertanto di rilassarsi, di mettersi a suo agio. Solo quando sarà perfettamente in relazione con me allora potrò chiedergli di leggere, scrivere e far di conto, certa a quel punto che mi saprà esprimere quanto effettivamente sa senza farsi giocare brutti scherzi dall’emozione o dall’imbarazzo. Solo in questo modo poi, se alla richiesta di eseguire un certo compito lui non saprà soddisfarla, allora potrò — per competenza di curriculum accademico — tramite una didattica efficace e alternativa, comprendere se il bambino sa capire o meno quanto gli viene richiesto. È così che sarò in grado eventualmente di affermare che il bambino non comprende e quindi forse potrebbe avere qualche difficoltà di apprendimento; e solo con questi dati indirizzarlo dal neuropsichiatra.

Realtà comune invece, gentili Ministre, è pensare che se la bambina studia con un’insegnante incapace e impreparata nella pedagogia e nella didattica, e ha difficoltà, la causa è la bambina “disturbata”. Se il medico la mette sotto stress nel chiederle una prestazione didattica e la bambina va nel pallone e non esegue il compito come dovrebbe, il medico conferma che è “disturbata”. Nessuno dei due ha voluto e ha potuto, valutare quella bambina con una didattica efficace, onesta e sensibile: il primo spesso per negligenza, il secondo per ignoranza.

L’unica persona che ha effettivamente la competenza per valutare le prestazioni didattiche e che dovrebbe essere presente in ogni realtà scolastica, è la pedagogista, ma curiosamente è l’unica figura assente nel percorso di valutazione. Curiosamente non si parla mai del nostro ruolo né a scuola né in ambito medico. Curiosamente la società ignora la nostra professionalità e la nostra competenza e questo perché in primis lo fa la politica.

Ricapitolando: il medico per gli accertamenti sulle difficoltà di apprendimento non fa quasi mai indagini mediche (analisi del sangue, risonanze magnetiche ecc.), ma somministra prove didattiche con parametri standard decisi da altri medici su altri bambini, senza partecipazione emotiva e con l’annullamento dell’individualità e dell’emotività del bambino in indagine. Si muove pertanto con valutazioni razionali fredde e anaffettive per un livellamento dell’apprendimento che deve essere uguale per tutti, ma pretende poi di valutare la psiche unica e personalissima di una bambina che si muove invece prevalentemente sull’emotività, l’affettività e le relazioni umane. Come se lo psicologo Howard Gardner non fosse mai esistito con i suoi studi sulle diverse intelligenze. O come se l’epigenetica non fosse mai esistita con le sue spiegazione su quanto i fattori ambientali influiscano sull’apprendimento dell’essere umano. O come se gli studi sulla psichiatria di Allan V. Horwitz e Jerome C. Wakefield che dimostrano l’impossibilità di trovare differenze tra risonanze magnetiche di malati di depressione e di persone normalmente tristi, non fossero mai esistiti.

Gentili Ministre Lorenzin e Fedeli, annullando continuamente l’esistenza di una scienza specifica per lo sviluppo umano in ambito scolastico quale la pedagogia; annullando la scienza medica più all’avanguardia per mantenere un’idea vecchia ed errata, ma che consente il lavoro e l’arricchimento a tante figure professionali mediche (neuropsichiatri, psichiatri, psicologi, logopedisti), è veramente aberrante; anche perché continuamente fatto sulla pelle dei più indifesi: i bambini e le loro famiglie.

di Tiziana Cristofari