In questi mesi si torna a parlare di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole italiane. Un tema sensibile, complesso, che da decenni divide il dibattito pubblico e che oggi è riemerso dopo le dichiarazioni del Ministro Valditara: ogni attività di educazione affettiva dovrebbe essere subordinata al “consenso informato” dei genitori, poiché – dice il Ministro – l’Italia è un Paese di molte culture, religioni e sensibilità diverse.
Un’affermazione che, dietro la sua apparente prudenza, nasconde una questione ben più profonda: quale idea di scuola, di educazione e di cittadinanza vogliamo promuovere? Il concetto di “consenso informato” nasce in ambito medico. È lo strumento che tutela il paziente, garantendogli libertà di scelta e trasparenza nei trattamenti sanitari.
Ma trasportarlo nella scuola, applicandolo all’educazione alle relazioni e all’affettività, significa snaturare la funzione educativa e ridurla a qualcosa di patologico, da autorizzare o meno come se fosse una terapia. È come se si dicesse che parlare di emozioni, rispetto, identità, desiderio o consenso fosse un atto invasivo, e non un diritto educativo.
Dietro la formula del “consenso familiare” si nasconde un effetto paradossale: nel nome del pluralismo, si rischia di generare frammentazione e diseguaglianze. Immaginiamo una classe in cui metà degli studenti partecipa al percorso di educazione all’affettività e metà resta fuori. Ne nascerebbe una scuola “a geometria variabile”, in cui la formazione sui valori universali – rispetto, parità, prevenzione della violenza, capacità di scelta – dipenderebbe non dal diritto allo studio ma dal pensiero familiare di turno.
In questo scenario, il docente si troverebbe al centro di un campo minato: stretto tra i programmi ministeriali, la pressione delle famiglie, la paura di essere accusato di “invadenza morale”.
Basterebbero pochi gruppi organizzati o movimenti ideologici per bloccare o distorcere interi percorsi formativi. In Italia convivono comunità religiose e culturali molto diverse: cattoliche, islamiche, ortodosse, ebraiche, laiche, progressiste o tradizionaliste.
Questa pluralità è una ricchezza, ma non può diventare un alibi per rinunciare a una visione condivisa dell’educazione. Se ogni famiglia rivendicasse il diritto di decidere cosa e come i figli possono apprendere sulle relazioni umane, la scuola si troverebbe in balìa di mille piccoli codici morali.
Naturalmente, il dialogo con le famiglie è indispensabile. Nessun percorso educativo può prescindere dal confronto e dalla trasparenza. Ma c’è una grande differenza tra coinvolgere e chiedere il permesso. Le migliori esperienze italiane ed europee di educazione all’affettività prevedono incontri informativi con i genitori, materiali accessibili, momenti di confronto, senza mai rinunciare al principio di universalità del diritto all’educazione.
L’educazione all’affettività non è un’invasione nella sfera privata, ma un esercizio di cittadinanza. È il luogo in cui si impara che il corpo non è oggetto, che la libertà non è dominio, che il consenso non è un formalismo ma un linguaggio etico. È lo spazio in cui si previene la violenza, si coltiva la parità, si riconosce la dignità delle differenze. Rinunciarvi, o renderla opzionale, significherebbe consegnare le nuove generazioni alle uniche vere agenzie formative oggi onnipresenti: i social, la pornografia online, la disinformazione digitale.
La scuola non ha bisogno di permessi per educare, ma di fiducia e visione. Chiedere il consenso informato per parlare di affettività significa abdicare alla propria funzione educativa, lasciando che la paura prenda il posto del pensiero. Una società che ha paura di parlare d’amore, di rispetto, di relazione, è una società che rinuncia a crescere. E una scuola che tace su questi temi, per timore di offendere qualcuno, è una scuola che smette di essere maestra di umanità.
Alessandro Prisciandaro, Presidente APEI