Oggi, 17 settembre, si è tenuta presso la VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione al Senato, l’audizione sul decreto legge 127 del 9 settembre 2025, recante misure urgenti per la riforma dell’esame di Stato. Ad intervenire anche i sindacati del comparto scuola. Ecco le loro posizioni.
Secondo la Flc Cgil non si comprendono le ragioni del ritorno alla denominazione “esame di maturità”, ma sono chiare le conseguenze di tale operazione: la natura istituzionale e formale dell’esame come prova statale nazionale, basata sulla certificazione oggettiva e quantitativa di conoscenze, competenze e capacità acquisite, cede il posto a una valutazione prevalentemente qualitativa del livello di maturazione e crescita personale dello studente al termine del percorso scolastico.
Criticata l’attribuzione all’INVALSI del compito esclusivo di restituire gli esiti dei test. Si tratta dell’esplicito intento di assegnare un compito di “valorizzazione, personalizzazione e riconoscimento delle competenze acquisite” estraneo alla mission dell’ente. È evidente che il corollario delle due proposte sia, in prospettiva, l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Un ulteriore, significativo cambiamento è nella modalità di conduzione del colloquio: verterà su quattro discipline con la contestuale riduzione del numero dei componenti della commissione da sette a cinque. Si realizza una riduzione della spesa (oltre 35.000.000€) e permane il problema della retribuzione delle Commissioni d’esame, che ricevono compensi fissati nel lontano maggio 2007.
Come titolo preferenziale per la partecipazione agli esami è prevista una formazione aggiuntiva per i docenti. La commissione sarà ulteriormente depotenziata per il fatto che potrà attribuire un punteggio aggiuntivo di 3/100 e non più di 5/100. L’impostazione prevista dal testo relativa alla possibilità di passaggio tra classi intermedie di diversi indirizzi di studio prevede numerose incongruenze.
La riduzione del numero dei commissari d’esame, secondo la FGU rappresenta un grave impoverimento del valore simbolico e culturale dell’esame di maturità, che è un momento di crescita e la presenza di commissari esterni ne garantisce terziarietà, arricchimento e confronto tra realtà scolastiche diverse. Ridurre i commissari significa impoverire l’esame, per questo la riforma appare dettata più da una mera volontà di risparmio piuttosto che da ragioni didattiche.
Queste invece le considerazioni della Uil Scuola Rua:
Per quanto riguarda il comma 1 , lettera a) – spiega il sindacato – accogliamo positivamente il principio secondo cui l’Esame di Stato debba valutare non solo conoscenze e competenze, ma anche maturazione personale, autonomia e responsabilità dell’alunno, in una prospettiva di sviluppo integrale della persona. La nuova denominazione di “Esame di maturità” appare coerente con questo approccio.
Diversa è la nostra posizione sul comma 1 , lettera b). La riduzione dei commissari da sei a quattro, due interni e due esterni, non è motivata pedagogicamente, rispondendo esclusivamente a logiche di risparmio, a rischio di indebolire la qualità della valutazione.
Risulta inoltre inaccettabile destinare 10 milioni di euro a corsi di formazione per docenti su compiti che rientrano già nelle loro competenze, senza definire impegni, modalità o ricadute sull’orario di servizio. Ancora più grave è che la partecipazione a tali corsi sia considerata titolo preferenziale per la nomina alle commissioni, creando disparità ingiustificate.
Riteniamo che queste risorse, insieme ai risparmi derivanti dalla riduzione dei commissari, dovrebbero essere destinate all’aggiornamento dei compensi di Presidenti e Commissari d’esame, fermi dal 2007 e ormai insufficienti rispetto al costo della vita. La mancata revisione delle indennità ha portato negli anni a rinunce agli incarichi, con conseguente necessità di ricorrere a personale in pensione.
Per quanto concerne la lettera c), relativa alle materie d’esame, esprimiamo contrarietà alla possibilità che il Ministro stabilisca tutte le discipline del colloquio, comprese quelle interne. Una simile disposizione comprimerebbe l’autonomia scolastica, sottraendo ai Collegi dei docenti e ai Consigli di classe una prerogativa fondamentale.