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Aggiornato il 23.07.2025
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Esame di Stato: la protesta di alcuni studenti andrebbe considerata meglio

La scelta di alcuni candidati di non sostenere gli orali alla maturità, come forma di protesta, ha destato molto interesse. Al di là di una certa componente emulativa, occorre comprendere il fenomeno senza bollarlo come protagonismo superficiale o semplice scusa per non prepararsi, a sufficienza acquisita, all’ultima prova dell’esame.

Nel mio ultimo saggio, “La scuola a modo mio. Insegnare nell’epoca dell’omologazione”, analizzavo proprio le tematiche che i protagonisti della vicenda stanno sottolineando: una scuola che rimane nozionistica, centrata sul voto numerico, incapace di sviluppare il senso critico e di valorizzare le diversità.
Critiche sacrosante e imputabili quasi interamente al corpo docente e a fattori politici generali, come omologazione e globalizzazione.
Le riflessioni su competenze e contenuti, sulla personalizzazione della formazione, sono rimaste quasi sempre lettera morta e va aggiunto che la sempre maggiore burocratizzazione e la continua erosione degli spazi curriculari rendono comunque difficile adempiere al meglio alla propria missione di insegnante.

Da dieci anni impronto la mia attività didattica su principi che, anche a detta dei miei allievi, sono stati capaci di migliorare notevolmente la situazione: autovalutazione e valutazione tra pari, non adozione del libro di testo, abbandono della media aritmetica, verifiche concordate e sempre basate su competenze, rielaborazione critica di contenuti visti come presupposti, non obbligatorietà dell’attenzione durante la lezione, libertà di disporsi in classe come si vuole.
Sono favorito, lo ammetto, dalle materie che insegno, cioè storia e filosofia nei licei, ma credo che tali principi potrebbero portare buoni frutti anche in discipline non umanistiche. Sembrerebbe il paese della cuccagna per gli studenti ma tale approccio, oltre ad aver dato ottimi risultati poi in sede di esame e altrove (miei allievi hanno ottenuto quest’anno il primo premio al concorso nazionale di filosofia Romanae Disputationes), viene vissuto come molto impegnativo dagli stessi, i quali sono spaesati di fronte ad un approccio critico e alla necessità di maggiore responsabilità ed iniziativa.

In merito alle critiche espresse dai “rivoltosi”, del tutto fondate, mi sento di fare tre osservazioni.
La prima riguarda il peso dell’esame rispetto al percorso di studi complessivo: a mio parere esso deve avere un grande rilievo, proprio perché il percorso scolastico presenta prove improntate al nozionismo, e soprattutto come banco di prova, anche psicologico, che da’ al candidato la possibilità di fare un discorso complessivo, multidisciplinare, critico appunto, importante anche dal punto di vista retorico e argomentativo.
La seconda, cruciale, verte sul metodo di critica scelto. Davvero il rifiuto di sostenere l’orale e’ il migliore? Nella mia esperienza la critica a questi aspetti non e’ mai emersa negli studenti in modo significativo. In raffronto a quelli di qualche decennio fa, mi sembrano incapaci di utilizzare assemblee di classe e di istituto come forme di lotta costruttiva. Spesso passivi proprio per una sopravvalutazione delle conseguenze alle loro proteste in termini di voti, mi è capitato spesso di invitarli ad essere più radicali! La dialettica interna all’istituto, anche dal punto di vista politico, è sempre più povera e le assemblee sono spesso conferenze di ospiti, prive perfino di dibattiti finali. Il sospetto che si tratti una posa ha quindi un suo fondamento.
La terza riflessione è questa: lo stesso rifiuto di sostenere l’orale sarebbe potuto essere lo spunto a partire dal quale la commissione avrebbe potuto valutare la maturità del ragazzo: su temi come scelta, protesta, critica, omologazione e incognita, solo per fare qualche esempio, si sarebbe potuto costruire un bel colloquio che, oltre che portare comunque ad una buona valutazione, avrebbe smascherato eventuali lavativi o malati di protagonismo.

Matteo Simonetti

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