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Fallimento formativo: per i nostri lettori le cause vanno cercate nelle famiglie, negli studenti e nelle riforme sbagliate. Ma è proprio così?

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Il nostro ultimo sondaggio riguarda le performance scadenti degli alunni che sarebbero causate dalla società per il 34,5% dei lettori che hanno risposto e per il 30% dalla famiglia.
Ma, scavando meglio fra le risposte, si scoprono dati interessanti.

Per esempio l’inadeguatezza delle proposte didattiche dei docenti viene chiamata in causa dal 12% dei docenti, ma dal 38% dei genitori e dal 33% degli studenti.
Maggiore sintonia c’è invece sulla svogliatezza degli studenti che viene considerata causa dei cattivi risultati dal 23% dei docenti, dal 18% dei genitori e dal 22% degli studenti.
Molto diversa è invece l’opinione sulla “povertà educativa delle famiglie” chiamata in causa dal 39% dei docenti, dal 30% delle famiglie e solamente dall’11% degli studenti.

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“Il sondaggio – commenta Aluisi Tosolini, dirigente scolastico del liceo “Bertolucci di Parma – non dice, purtroppo, nulla di nuovo: la colpa del fallimento formativo non è mai della scuola ma sempre di altri: famiglie, società, svogliatezze, pigrizie, internet, covid …. forse anche la peste nere e le cavallette….. Mancano solo, ma è una difesa corporativa, i propri colleghi dei gradi inferiori. Del resto i docenti delle superiori incolpano i colleghi delle medie, quelli delle medie i colleghi delle primarie e costoro le maestre dell’infanzia e del nido…. Poi si arriva, in un cerchio che si chiude, alle famiglie quando non anche alla genetica, alla sorte, al destino”.
“Come direbbe il filosofo Michael Sandel – aggiunge ancora Tosolini – la colpa è della vittima ! Non mai anche della scuola che è, strutturalmente, la fabbrica della dispersione e del fallimento educativo”.

Il commento di Stefano Stefanel, dirigente scolastico a Udine è lapidario: “Quando una struttura di apprendimento formale che ha deciso le modalità del suo formalismo non vuole prendersi le sue responsabilità vuol dire che il sistema è collassato. La scuola italiana sta producendo dispersione e le famiglie collaborano con la loro ossessione per i voti”.

“Nelle opinioni espresse dai docenti – sostiene Mario Maviglia ex dirigente tecnico, già Provveditore agli studi di Brescia – vi sono alcuni ‘miti’ che si sono consolidati nel tempo e che ancora oggi sono molto presenti nel pensiero magistrale dei docenti. Il mito, ad esempio, che bocciare fa bene ed è segno di serietà del percorso di studi. In realtà vi sono molte esperienze dove il ruolo dei voti e della bocciatura è molto più attenuato e non per questo i ragazzi e le ragazze non apprendono (valga per tutti l’esempio della Finlandia che ottiene risultati eccellenti nelle comparazioni internazionali pur avendo un sistema valutativo molto più lasco del nostro)”.
“Probabilmente –
aggiunge Maviglia – quello che non è stato ancora pienamente acquisito è che il processo di apprendimento è fondamentalmente un processo che si fonda sulla relazione: relazione tra chi insegna e chi apprende, ma anche relazione tra scuola e territorio, tra scuola e famiglia”.

“L’immagine che ne esce – interviene ancora Tosolini – è quella di educatori che si ritengono dei geni sprecati, premi Nobel che si sono attardati sulla via di Stoccolma restando invischiati nella scuola italiana. Pretendono di lavorare con ragazzi composti, competenti, ricchi di conoscenze. Come gli chef che si limitano a mettere la ciliegina sulla torta”.

Questione sulla quale Mario Maviglia aggiunge una considerazione importante: “Se non si tiene conto di tutto questo la valutazione (e la correlativa bocciatura) assume un carattere assolutistico e (cosa ancor più importante) libera l’insegnante da ogni responsabilità rispetto agli insuccessi. In realtà la bocciatura certifica l’insuccesso della relazione, e non solo delle prestazioni dello studente. In fondo dietro la passione per le discipline (o per alcune discipline) c’è sempre una forma di amore verso il docente, per come riesce a rendere possibile l’incontro con la conoscenza, per le forme mediative che mette in atto”. 

“Sono tutte osservazioni condivisibili – interviene Emanuele Contu, dirigente scolastico del professionale Puecher-Olivetti di Rho – ma bisogna riuscire a tenere assieme la critica/autocritica, con la capacità di desiderio e speranza, altrimenti buttiamo il bambino con l’acqua sporca. La scuola è contraddittoria: produce dispersione e contrasta dispersione, brucia e sollecita aspirazioni. Così come la valutazione degli apprendimenti non può che essere incrementale e volta al positivo, allo stesso modo nella riflessione sulle scuole deve prevalere l’evidenza del bene sulla pur necessaria evidenza del male”.

“Per fortuna – conclude Aluisi Tosolini – ci sono molte esperienze importanti in giro per l’Italia, sono quelle in cui docenti e dirigenti decidono di sporcarsi le mani e ripartire da capo. Con i ragazzi e le ragazze che ci sono. Non con altri. E la sfida è rendere cittadini culturalmente e socialmente competenti questi ragazzi. Non altri”.