Il caso della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo, composta dai genitori anglo-australiani e tre figli che vivevano immersi nella natura, ora allontanati dal Tribunale dei Minori, sta facendo discutere. In particolare ci si chiede: giusto togliere dei figli ai genitori anche se vivevano felici seppur in condizioni “precarie”? Quali vantaggi ci sono nell‘unschooling, ossia nell’istruzione privata dei bambini senza programmi strutturati?
A parlarne un’altra mamma che lo applica che vive, con il marito e quattro figli nella campagna modenese, ai microfoni de La Repubblica. “Abbiamo scelto un metodo di homeschooling, istruzione a casa, che si chiama unschooling, letteralmente ‘non scuola’ basato sulla premessa che l’apprendimento funziona in maniera più efficace e spontanea quando non è strutturato. Serve un contesto incoraggiante, al bambino va sempre lasciata la libertà di esplorare”, queste le sue parole.
“Di solito la mattina la lasciamo alla lettura libera e svolgiamo le attività di studio nel pomeriggio. Cerchiamo sempre di partecipare attivamente alle iniziative territoriali, portiamo i nostri figli in biblioteca, siamo in costante contatto con il resto della comunità. Siamo tutt’altro che isolati”, ha tenuto a precisare.
Secondo un’indagine svolta da Laif (L’Associazione Istruzione in Famiglia) la percentuale di coloro che in Italia dichiarano (rispetto al campione individuato da Laif) di aver scelto l’unschooling piuttosto che forme più tradizionali o miste di apprendimento, per esempio l’istruzione parentale, è del 17% circa; inoltre, l’indagine rileva i comportamenti paralleli legati alla scelta genitoriale di avvalersi di un metodo destrutturato come l’unschooling, per esempio coinvolgendo i figli in attività all’aperto, viaggiando, interagendo con il territorio, quasi sempre in contesti non urbani.
Va ricordato che in Italia l’istruzione parentale prevede l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria, dando così la possibilità allo Stato di accertare il rispetto dell’obbligo formativo previsto dalla legge.
La scuola che riceve la domanda di istruzione parentale è tenuta a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico dell’alunno. A controllare non è competente soltanto il dirigente della scuola, ma anche il sindaco.
Ecco il commento della madre: “Per noi la verifica è diventata un incubo. L’ultima volta è stata un’esperienza mortificante dal punto di vista psicologico. C’è sempre una predica finale in cui siamo giudicati per la nostra scelta. A mia figlia hanno fatto fare quattro prove scritte e tre giorni di prove orali. Noi, come prevede la normativa, non abbiamo un progetto didattico strutturato, eppure ci sono scuole che all’esame propongono i libri di testo tradizionali come unico riferimento. Forse non veniamo accettati del tutto perché il nostro stile di vita può mettere in crisi, ma è così strano non sentirsi compresi proprio dall’istituzione scolastica, che dovrebbe insegnare apertura mentale e uguaglianza”.
“Il timore è quello di tirare su degli alieni, dei ‘disadattati’, come scherziamo insieme ai nostri amici. Ma speriamo che riescano a farsi largo nel mondo con un pensiero più critico e fantasioso. Siamo felici di quello che facciamo. La nostra non è una scelta ‘contro’ qualcosa, ma di apertura verso altri valori rispetto a quelli che vengono proposti. In molte esistenze c’è un conformismo che porta a star male e noi abbiamo trovato il nostro equilibrio così”, ha concluso.