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06.11.2025

Unschooling e istruzione parentale: quali differenze?

Carmelina Maurizio

Secondo l’articolo 34 della Costituzione “la scuola è aperta a tutti” e secondo l’articolo 30 affida ai genitori il dovere e il diritto di istruire ed educare i figli. In Italia, è consentita l’istruzione parentale o homeschooling, che prevede che i genitori, qualora intendano occuparsi direttamente della formazione dei figli, dichiarino ogni anno al dirigente scolastico di riferimento nel territorio di possedere le capacità tecniche ed economiche necessarie. Il Ministero dell’Istruzione dedica una pagina del suo sito all’istruzione parentale (https://www.mim.gov.it/istruzione-parentale ). E allora che cos’è l’unschooling?  Quali sono le sue caratteristiche e le differenze rispetto alla homeschooling? 

Partiamo dalla notizia circolata in questi giorni che arriva dalla provincia di Chieti, dove una famiglia composta dalla coppia genitoriale e tre figli in età da scuola primaria, vive da tempo, senza acqua né elettricità, isolata nelle foreste del Vastese e basando l’istruzione dei propri figli sui principi dell’unschooling. Di fatto a questi bambini e in generale a coloro che decidono di praticare l’unschooling viene impedito di frequentare la scuola, per cui non frequentano lezioni ma vengono lasciati liberi d’imparare facendo esperienza del mondo. 

Unschooling

L’approccio nasce negli Stati Uniti negli anni settanta dalle idee dell’ex insegnante John Holt, che abbandonò il suo ruolo di docente nella scuola di New York, criticando ampiamente la scuola tradizionale che secondo lui genera anziché apprendimento paura, conformismo, dipendenza dall’autorità e poco spirito critico. Holt pensò che sarebbe stato meglio affidare la crescita alla curiosità naturale, senza insegnanti e sovrastrutture. 

Oggi coloro che sostengono l’unschooling credono che sia un metodo che favorisce il contatto con le emozioni e l’autoconsapevolezza dei bambini, inoltre non prevede lezioni o libri di testo, ma lascia ai bambini la piena libertà di fare esperienze attraverso la vita quotidiana, le passioni personali e il contatto diretto con la realtà, lasciando ai genitori il ruolo di semplice guide e facilitatori per l’elaborazione delle nuove informazioni. 

L’unschooling in Italia

Secondo un’indagine svolta da Laif (L’Associazione Istruzione in Famiglia) la percentuale di coloro che in Italia dichiarano (rispetto al campione individuato da Laif) di aver scelto l’unschooling piuttosto che forme più tradizionali o miste di apprendimento, per esempio l’istruzione parentale, è del 17% circa; inoltre, l’indagine rileva i comportamenti paralleli legati alla scelta genitoriale di avvalersi di un metodo destrutturato come l’unschooling, per esempio coinvolgendo i figli in attività all’aperto, viaggiando, interagendo con il territorio, quasi sempre in contesti non urbani.

Va ricordato che in Italia l’istruzione parentale, a differenza dell’unschooling, prevede l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria, dando così la possibilità allo Stato di accertare il rispetto dell’obbligo formativo previsto dalla legge.  Da questo punto di vista quindi le famiglie che scelgono l’unschooling, rischiano di essere accusate di inadempienza educativa.

Non va dimenticato che a livello globale l’adozione dell’unschooling è diffusa in più modalità, si va infatti da quello considerato puro, ovvero la totale assenza di accesso per la propria prole a forme di istruzione strutturata, al worldschooling, quando i nuclei genitoriali optano per l’istruzione vissuta attraverso viaggi ed esperienze di conoscenza del territorio.

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