Lo sfogo social di Matteo Giunta ha acceso il dibattito su bambini malati e asili nido.
“Mi rivolgo a quei genitori che mandano i propri figli febbricitanti all’asilo. Siete degli irresponsabili pezzi di m***a”. Parole durissime, pubblicate su Instagram dal marito di Federica Pellegrini, che hanno immediatamente fatto il giro del web, dividendo l’opinione pubblica tra chi difende lo sfogo e chi ne contesta i toni.
Alla base del post c’è la paura per la figlia Matilde, 2 anni, che frequenta il nido e che a dicembre era stata ricoverata in ospedale per convulsioni febbrili. Un messaggio scritto da un papà preoccupato e condiviso anche dalla “Divina” del nuoto, che ha parlato di “una settimana difficile”, scusandosi con i fan per alcuni impegni di lavoro cancellati.
Come spesso accade, le frasi hanno scatenato polemiche sui social. Ma a prendere le difese del contenuto è il virologo Fabrizio Pregliasco. “Dicono una cosa vera, il principio è corretto”, è la dichiarazione che il medico affida ad Adnkronos Salute. “I bimbi malati all’asilo sono una ‘bomba biologica’. Lì in mezzo l’effetto è esplosivo”, sottolinea il direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’università Statale di Milano e direttore sanitario dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio.
Giunta e Pellegrini, secondo Pregliasco, “hanno ragione rispetto al fatto che purtroppo spesso si va a scuola o a lavorare malati”. Una dinamica ben nota già prima della pandemia: “l’eroe dell’influenza, quello che si imbottiva di antinfiammatori, andava in ufficio e infettava tutti i colleghi”. Con i bambini la situazione è ancora più delicata: “peggio ancora, perché come noto sono più suscettibili al contagio. Li imbottisci di farmaci, li mandi a scuola, poi a mezzogiorno l’effetto delle medicine è finito” e scatta la chiamata dei genitori per andarli a riprendere. Nel frattempo, però, hanno già svolto il loro ruolo di “untori”.
In un mondo ideale, spiega il virologo, “il consiglio teorico sarebbe quello di lasciarli a casa finché hanno sintomi”, ma “non viviamo nel Mulino bianco”. Il problema è strutturale: “C’è un ostacolo oggettivo, in Italia abbiamo un problema di welfare ed è questo il punto”. E così, di fronte a un raffreddore o a una linea di febbre, emerge la domanda cruciale: “Se il bimbo non lo mando a scuola, dove lo metto?”.
Pregliasco chiarisce anche perché in alcuni bambini la febbre alta può portare alle convulsioni. “In questi casi – risponde – le convulsioni sono una reazione legata alla temperatura molto elevata, un meccanismo conseguente proprio all’iperpiressia: nei bambini le forme influenzali producono una risposta infiammatoria potente, che c’è meno negli adulti e negli anziani perché la loro risposta immunitaria è meno efficace, meno pronta anche in termini quantitativi”. Il cosiddetto “febbrone da cavallo” può così creare “un cortocircuito che può portare alle convulsioni. È abbastanza frequente, è un rischio che esiste”.
Gestire queste situazioni, per un genitore, non è semplice: “non è certo facile: a parte la somministrazione di anticonvulsivanti, per quanto possibile, bisogna ridurre la temperatura corporea. Significa spogliare il bimbo e fargli delle spugnature fredde e con alcol. Richiede alle mamme un eroismo pazzesco”, conclude il medico.