Un investimento di 800 milioni di euro destinato alla crescita della didattica digitale e alla formazione del personale scolastico rappresenta una promessa importante per il futuro delle nostre scuole. Il DM 66/2023 nasce con l’obiettivo ambizioso di promuovere l’innovazione e accompagnare il sistema educativo verso la tanto discussa transizione digitale. Una missione che il Ministero dell’Istruzione definisce “indispensabile” per migliorare l’apprendimento e colmare il divario tecnologico che spesso caratterizza il nostro sistema scolastico.
Dalla gestione innovativa della didattica alle discipline STEM, dal coding all’intelligenza artificiale, passando per la digitalizzazione delle pratiche amministrative e la cybersicurezza: i corsi attivati coprono una vasta gamma di tematiche cruciali per il futuro del Paese. Docenti, dirigenti scolastici e personale ATA si sono messi in gioco, trasformandosi in “alunni”, mossi dalla voglia di crescere e aggiornarsi. Un entusiasmo contagioso che ha caratterizzato scuole in tutta Italia, che hanno compreso l’importanza reale di una opportunità di questo calibro.
Il lato oscuro dei fondi: dove finiscono i 122 euro destinati ai formatori?
Tuttavia, dietro questa apparente efficienza si cela una realtà meno luminosa (si fa bene a pensar male?, ndr). Nonostante le buone intenzioni, infatti, emergono segnalazioni preoccupanti sul modo in cui vengono gestiti i fondi. Il DM 66/2023 stabilisce chiaramente un compenso standard di 122 euro per ogni formatore interno ed esterno, ma la realtà che si è celata è stata ben diversa quando la gestione della formazione è affidata a enti esterni, anziché essere direttamente coordinata dalle istituzioni scolastiche, che per scegliere il personale interno ed esterno, aprono dei bandi di concorso a punteggio.
Molti formatori, infatti, stanno spesso denunciando discrepanze significative tra quanto dispone il ministero attraverso il decreto e quanto effettivamente percepito. Si può quindi ben pensare a una gestione non proprio trasparente delle risorse pubbliche provenienti dal PNRR?
I dati dicono di compensi ridotti senza spiegazioni adeguate, evidenziando una falla nel sistema che dovrebbe garantire equità e rispetto delle normative… ma in molte aziende che prendono l’appalto per questi progetti, oltre a percepire il 40% per gli altri costi indiretti di progetto (realizzazione dell’azione e altro), riducono i 122 euro di compenso del tutor, “giocando” su scuse impensabili alle quali alcuni formatori purtroppo sono cascati in fase di firma del contratto.
Quindi i fondi subiscono percorsi tortuosi, tra giustificazioni discutibili e pratiche opache, sollevando interrogativi urgenti: chi controlla la corretta distribuzione di questi fondi? Perché i formatori, se contattati da aziende terze, non ricevono l’intero importo previsto? E i compensi non consegnati, nelle mani di chi vanno?
Risorse pubbliche destinate alla crescita professionale, al progresso della PA e della scuola, finiscono per essere gestite in modo così discutibile… Perché la trasparenza e l’efficacia di progetti così lodevoli ogni tanto diviene terreno fertile per pratiche poco chiare?
Solo così potremo concretizzare la tanto auspicata transizione digitale, trasformando le buone intenzioni in risultati tangibili, a favore di tutti i fruitori della scuola che potranno vivere un rinnovamento della didattica e del personale, con un occhio particolare alla sicurezza informatica, che ormai deve essere un qualcosa di fondamentale nella vita di ogni giorno.
Si può quindi realmente rendere una scuola pronta per “l’Italia di domani”?
Savio Rociola