L’intervento di Guia Soncini pubblicato il 24 febbraio su Linkiesta riporta il dibattito sul cosiddetto “caso Schettini” su un piano meno emotivo e più strutturale. Al di là delle polemiche contingenti, la questione tocca un nodo culturale profondo: cosa accade quando il personal branding entra nel perimetro dell’istituzione scolastica?
Ci tengo a chiarire un punto: non sono un difensore della scuola analogica, né un nostalgico del passato. Affatto. Ho concluso il mio servizio nel settembre 2020, nel pieno della rivoluzione digitale che ha investito l’istruzione. Il mio lavoro con le nuove tecnologie era iniziato quasi trent’anni prima, quando introdurre, da docente di lettere quale ero, il digitale e il giornalismo scolastico cartaceo e online significava muoversi in un’avanguardia ancora guardata con diffidenza.
E, dopo il pensionamento, ho proseguito su questa linea, con progetti di Media Education, in particolare coordinando il progetto “Cronisti del Bene Comune”, ideato insieme alla giornalista e opinionista del Corriere della Sera Benedetta Cosmi: un’iniziativa gratuita che, proprio grazie alle tecnologie, ha collegato scuole del Nord e corsi serali del Sud, promuovendo cittadinanza attiva.
Per questo mi sento di affermare che il problema non è il digitale ma piuttosto la logica che oggi, a differenza di un tempo, lo governa.
Il diritto non ha un codice a barre
Accostare l’istruzione alla metafora del supermercato significa introdurre un principio culturale delicato: che il valore coincida con il prezzo. Ma la scuola pubblica non è un prodotto, non è un abbonamento, non è una piattaforma commerciale. È un’istituzione costituzionale.
Come ho scritto in un post social, se un metodo didattico diventa un contenuto “premium” e la sua autorevolezza si misura in termini di transazione economica, il confine tra diritto e privilegio si assottiglia. L’istruzione, per definizione, non può essere subordinata alla capacità di spesa.
Autorità e funzione pubblica
Max Weber distingueva tra autorità carismatica e autorità legale-razionale. La scuola pubblica appartiene alla seconda dimensione. Il docente è autorevole non per il numero di follower, ma per la funzione che esercita dentro un sistema che garantisce pari accesso.
Quando la visibilità diventa misura implicita di valore, si produce uno slittamento simbolico. L’istituzione rischia di trasformarsi in cornice della performance individuale. Ma l’insegnamento — per citare la lezione di Daniel Pennac sulla “presenza” in classe — è “relazione incarnata”, fatta di sguardi, fatica condivisa e conflitto educativo. È un incontro vivo che accade nel “qui ed ora”, non è un’audience.
Inclusione e uguaglianza sostanziale
In Teoria dell’agire comunicativo, Jürgen Habermas parla di “colonizzazione del mondo vitale” da parte delle logiche del denaro e del potere. È un’immagine potente per descrivere ciò che accade quando ambiti fondati sulla comunicazione e sulla responsabilità reciproca vengono progressivamente regolati dalla grammatica del mercato.
La scuola, però, ha una missione diversa: quella di attuare l’articolo 3 della Costituzione che, come è noto, invita a rimuovere gli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona. Se il sapere diventa un prodotto in vendita, l’uguaglianza delle opportunità di partenza, su cui si fonda per John Rawls la giustizia, diventa, semplicemente, un optional. Se l’autorevolezza tende a coincidere con la capacità di attrarre consenso o monetizzazione, si introduce un criterio estraneo alla funzione inclusiva dell’istruzione pubblica.
La questione non è demonizzare chi comunica bene, né negare che la rete possa essere uno strumento potente di diffusione culturale. La questione è un’altra: la scuola può usare il digitale senza assumere la logica competitiva che lo attraversa? Può innovare senza diventare palcoscenico? Può comunicare senza trasformarsi in brand?
Non per timore del nuovo, ma per fedeltà alla sua natura di responsabilità pubblica. L’insegnamento non è una performance. È un compito civile.
Maurizio Braggion